di Giuseppe Gagliano –
La guerra contro l’Iran non è più soltanto una campagna militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro Teheran. Si è trasformata in una crisi sistemica che coinvolge il Golfo Persico, il Mar Rosso e l’intera economia mondiale. Gli attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi in risposta a quelli di Riyad, tra cui la raffineria di Jizan, dimostrano che il conflitto si è ormai esteso anche allo stretto di Bab el-Mandeb.
Con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso o fortemente limitato e la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso nuovamente compromessa, le due principali rotte dell’energia mondiale risultano sotto pressione. A subirne le conseguenze non sono soltanto i Paesi della regione, ma anche l’Europa e le economie asiatiche, fortemente dipendenti dai flussi di petrolio, gas e merci che transitano attraverso questi passaggi strategici.
Gli Stati Uniti possono permettersi una minore esposizione grazie alla maggiore autonomia energetica raggiunta negli ultimi anni. L’Europa, invece, resta particolarmente vulnerabile. Una crisi prolungata significherebbe aumento dei prezzi dell’energia, inflazione, rallentamento della produzione industriale, rincaro dei trasporti e ulteriore pressione sui conti pubblici.
Nel frattempo, gli obiettivi dichiarati da Washington sembrano essersi progressivamente ampliati. Alla neutralizzazione del programma nucleare iraniano si sono aggiunti il cambio di regime, la distruzione delle capacità missilistiche di Teheran e la riapertura forzata dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, nessuno di questi obiettivi appare oggi realmente raggiunto. L’Iran continua a mantenere la propria capacità di deterrenza e utilizza il controllo dello Stretto come principale leva negoziale, mentre la guerra rischia di trasformarsi in un conflitto senza una chiara strategia di uscita.
Le dichiarazioni dell’amministrazione statunitense su possibili nuove operazioni militari non chiariscono quale risultato dovrebbe segnare la conclusione delle ostilità. Questa incertezza alimenta l’impressione che la superiorità militare venga confusa con la capacità di ottenere risultati politici. L’esperienza degli ultimi decenni in Medio Oriente dimostra infatti che la sola potenza aerea può distruggere infrastrutture ed eliminare comandanti, ma difficilmente riesce a imporre una soluzione politica duratura.
Anche la questione nucleare evidenzia una contraddizione sempre più evidente. Washington considera inaccettabile un eventuale programma nucleare militare iraniano, ma sostiene contemporaneamente lo sviluppo del programma nucleare civile saudita, che potrebbe consentire a Riad di acquisire capacità sensibili come l’arricchimento dell’uranio e il trattamento del plutonio.
L’Arabia Saudita dispone inoltre di missili balistici e mantiene una consolidata cooperazione strategica con il Pakistan, potenza nucleare il cui programma è stato sostenuto anche da finanziamenti sauditi. In questo contesto, Teheran si percepisce circondata da Stati dotati di armi atomiche o protetti dall’ombrello nucleare statunitense. La differenza, secondo la narrativa iraniana, non risiederebbe nella natura dei regimi politici, bensì nell’appartenenza o meno al sistema di alleanze occidentale. Una percezione che rischia di indebolire ulteriormente la credibilità della politica di non proliferazione.
Sul piano militare emerge anche il problema del progressivo consumo degli arsenali americani. Una campagna prolungata richiede l’impiego continuo di missili da crociera, intercettori e munizioni ad alta tecnologia, sistemi costosi e non facilmente sostituibili in tempi brevi. L’Iran e i suoi alleati possono invece continuare a impiegare droni, razzi e missili relativamente economici, costringendo Washington e i partner regionali a utilizzare sistemi difensivi dal costo molto superiore. Si tratta di una classica strategia di logoramento, nella quale la superiorità tecnologica non garantisce automaticamente il successo.
A complicare ulteriormente il quadro vi sono le indiscrezioni su un eventuale coinvolgimento, seppur non dichiarato, di Bahrein e Kuwait nelle operazioni contro l’Iran. Una partecipazione che evidenzierebbe la delicata posizione dei Paesi del Golfo, stretti tra il timore dell’espansionismo iraniano e quello di essere lasciati soli qualora gli Stati Uniti decidessero in futuro di ridurre il proprio impegno militare nella regione.
Anche l’estensione delle operazioni ucraine al Mar Caspio rappresenta un ulteriore elemento di destabilizzazione. Per Kiev, Iran e Russia costituiscono ormai un unico fronte strategico. Tuttavia, portare il confronto anche contro obiettivi iraniani rischia di ampliare ulteriormente un conflitto già caratterizzato da una crescente dimensione regionale.
Lo scenario più critico resta comunque quello economico. La contemporanea compromissione degli Stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb obbligherebbe gran parte del traffico marittimo a circumnavigare l’Africa, con tempi di percorrenza più lunghi, maggiori consumi di carburante, aumento dei costi assicurativi e dei noli. I porti del Mediterraneo perderebbero competitività e le industrie europee, già gravate dagli elevati costi energetici, subirebbero un nuovo colpo alla propria capacità competitiva.
È proprio su questa vulnerabilità che sembra puntare la strategia iraniana. Più che ottenere una vittoria militare contro gli Stati Uniti, Teheran punta a rendere il conflitto economicamente e politicamente sempre più oneroso, alimentando tensioni tra Washington e i suoi alleati europei e arabi.
A ciò si aggiunge il problema della trasparenza. I dati sulle perdite militari e civili risultano spesso contrastanti, mentre il crescente divario tra le comunicazioni ufficiali e le stime indipendenti contribuisce ad alimentare dubbi sull’effettivo andamento delle operazioni. Anche il dibattito interno negli Stati Uniti riflette questa incertezza, con una crescente attenzione del Congresso verso il controllo dei poteri presidenziali nelle decisioni relative all’impiego della forza.
Il rischio maggiore non è soltanto l’ulteriore espansione del conflitto, ma la normalizzazione di una guerra permanente, caratterizzata da obiettivi in continua evoluzione e da costi economici e strategici destinati a ricadere soprattutto sugli alleati occidentali. In questo scenario, mentre gli Stati Uniti dispongono ancora di margini per sostenere l’escalation, l’Europa appare il soggetto più esposto alle conseguenze economiche e politiche di una crisi che non controlla e sulla quale esercita un’influenza sempre più limitata.




