Iran. La guerra elettronica contro Starlink

di Giuseppe Gagliano

In Iran la rete non è più soltanto un servizio: è un fronte. Quando le autorità decidono di chiudere Internet, non stanno solo spegnendo un interruttore. Stanno cercando di interrompere il flusso di prove, testimonianze, immagini. Il problema è che da anni esiste una via di fuga: la connettività satellitare. E tra le soluzioni più note c’è Starlink, la costellazione in orbita bassa che aggira l’infrastruttura nazionale. Proprio per questo, il contrasto non può restare solo poliziesco. Diventa guerra elettronica.
La logica è semplice: se la connessione passa dai nodi del Paese, lo Stato può filtrare, rallentare, spegnere. Se invece la connessione “salta” la rete nazionale e parla con satelliti a bassa quota, il controllo si riduce. In una fase di protesta, questo significa una cosa: le immagini della repressione possono uscire, le istruzioni possono circolare, i contatti possono tenersi. E allora il bersaglio diventa il collegamento stesso tra terminale e satellite.
Nel dibattito pubblico spesso si parla di “abbattere” Starlink. Nella realtà operativa, quasi mai è quello l’obiettivo. È molto più conveniente negare il servizio: renderlo instabile, lento, intermittente, fino a farlo diventare inutile o troppo rischioso da usare.
Starlink lavora con satelliti in orbita bassa e terminali a terra che si agganciano con collegamenti radio direzionali, tipicamente su frequenze elevate (bande Ku e Ka). Il vantaggio è la capacità di concentrare il segnale in fasci relativamente stretti, riconfigurabili. La debolezza è che, a quelle frequenze, il collegamento può essere degradato con disturbi mirati: rumore elettromagnetico, interferenze “intelligenti”, saturazione selettiva.
Esistono due famiglie di tecniche. La prima è il disturbo a larga banda: si trasmette “rumore” su una porzione ampia di spettro, sperando di coprire il canale utile. È rozzo, richiede potenza e spesso vicinanza, ma in certi contesti basta a far traballare la connessione; la seconda è il disturbo mirato: più sofisticato, più economico in termini di energia, più tipico di apparati militari. Qui l’obiettivo non è coprire tutto, ma colpire nel punto giusto: frequenze, tempi, sequenze di aggancio. Non si spara nel buio. Si ascolta, si analizza, si interviene. È il metodo che trasforma un blackout in un’operazione tecnica.
Un’altra leva, indiretta, riguarda i riferimenti di navigazione e tempo usati da molti sistemi: interferire o alterare i segnali dei sistemi globali di posizionamento può creare confusione, degrado, falsi allarmi. Non è necessariamente la chiave per “spegnere” Starlink, ma è un moltiplicatore: complica la vita agli utenti e rende più efficace la pressione sul terreno.
Qui sta la vera svolta. Disturbare serve a rendere il servizio instabile. Localizzare serve a trasformare l’uso del servizio in una colpa.
Un terminale satellitare non è invisibile. Per funzionare deve trasmettere verso il satellite. E tutto ciò che trasmette può essere cercato. Le forze di sicurezza possono usare procedure note in ambito militare e di controcomunicazione: ricerca di direzione, triangolazione con più sensori, confronto dei tempi di arrivo del segnale, identificazione delle “impronte” radio degli apparati. A questo si può aggiungere l’osservazione termica: antenne attive, alimentazione, elettronica. In certi contesti un tetto racconta più di un post sui social.
Il risultato è un meccanismo a imbuto: prima si individua un’area, poi un edificio, poi un appartamento. E quando arrivano i raid, il messaggio non riguarda solo l’utente arrestato. Riguarda il quartiere. Riguarda chi stava pensando di collegarsi.
Questa dinamica ha anche un valore più ampio. Se un Paese riesce a rendere inefficiente una rete satellitare occidentale in un contesto di crisi interna, la lezione esce dai confini. È un segnale alla regione, ma anche ai rivali strategici: la connettività non è invulnerabile, lo spazio non è un santuario.
Sul piano geoeconomico la partita è altrettanto chiara: le costellazioni non sono soltanto tecnologia, sono infrastrutture di potere. Standard, dipendenze, dati, resilienza. Dimostrare che si può negare l’accesso a un sistema concorrente significa rafforzare la propria posizione in un mercato che ormai è anche un campo di pressione politica.
Un sistema come Starlink può reagire con adattamenti automatici: cambiare modulazione e codifica, saltare canale, stringere i fasci, compensare interferenze, passare rapidamente da un satellite all’altro. Tutto questo aumenta la resilienza, ma non elimina il nodo decisivo: se la repressione si sposta dagli apparati alle persone, la tecnologia da sola non basta.
È per questo che, sul terreno, la connettività diventa quasi clandestinità: utilizzi brevi, mobilità, discrezione, riduzione delle emissioni inutili, logistica di distribuzione che somiglia a una rete di contrabbando più che a un servizio commerciale.
La domanda non è se un imprenditore possa “vincere” contro tre Stati. La domanda è più concreta: quanta instabilità basta per spegnere un canale d’informazione? E quanto rischio è disposto a correre chi quel canale lo usa?
In Iran la guerra non è nel cielo per romanticheria tecnologica. È nel cielo perché, a terra, il controllo è già totale. E quando il potere teme le immagini più delle armi, la battaglia sulle frequenze diventa una battaglia sul futuro: chi può parlare, a chi, e a quale prezzo.