di Giuseppe Gagliano –
Le sei impiccagioni eseguite in Iran contro uomini accusati di legami con i Mojahedin del Popolo riaprono il tema della repressione politica nella Repubblica islamica e mostrano la fragilità di un sistema che continua a usare la pena di morte come strumento di controllo interno. Vahid Baniamerian, Babak Alipour, Abolhassan Montazar, Pouya Ghobadi, Akbar Daneshvarkar e Mohammad Taghav sono stati giustiziati dopo processi che l’opposizione iraniana definisce già segnati da sentenze politiche.
Secondo le ricostruzioni diffuse dagli ambienti vicini all’opposizione democratica, i sei uomini avrebbero affrontato le ultime ore in carcere cantando insieme nel dormitorio del penitenziario. Un gesto simbolico che, al di là delle appartenenze politiche e delle differenti letture dell’opposizione iraniana, è diventato il simbolo della sfida morale contro un apparato repressivo che continua a fondare parte della propria stabilità sulla paura.
In Iran la pena capitale non svolge soltanto una funzione giudiziaria. Per il regime rappresenta anche un linguaggio politico. Le esecuzioni servono a colpire il dissenso, intimidire la società e ribadire il controllo dello Stato sulla vita pubblica. La repressione contro oppositori, manifestanti, attivisti e minoranze è diventata negli anni uno degli strumenti centrali attraverso cui la Repubblica islamica mantiene il proprio equilibrio interno.
Le nuove impiccagioni arrivano in un momento di crescente tensione economica e sociale. Inflazione, disoccupazione giovanile, svalutazione della moneta e impoverimento del ceto medio stanno erodendo il consenso interno, mentre le proteste degli ultimi anni hanno mostrato una società sempre più distante dalla narrativa ufficiale del potere religioso.
La dimensione repressiva si intreccia anche con il ruolo geopolitico dell’Iran. Teheran continua a esercitare influenza regionale attraverso missili, droni, milizie alleate e reti politiche attive in Medio Oriente, ma questa proiezione esterna convive con una crescente insicurezza interna. Per il regime, ogni opposizione organizzata rappresenta non soltanto una minaccia politica, ma anche un rischio strategico capace di incrinare l’immagine di forza che la Repubblica islamica cerca di proiettare dentro e fuori i propri confini.
La stessa logica della deterrenza utilizzata sul piano regionale viene applicata sul fronte interno. All’esterno l’Iran usa capacità militari e pressione indiretta per scoraggiare i nemici; all’interno utilizza carcere, intimidazione ed esecuzioni per spezzare il dissenso. La repressione diventa così parte integrante della sopravvivenza politica del sistema.
Le esecuzioni mostrano inoltre il timore del regime verso il valore simbolico dell’opposizione. Un potere realmente sicuro di sé difficilmente avrebbe bisogno di trasformare sei detenuti in un monito pubblico. La scelta di ricorrere ancora al patibolo suggerisce invece la volontà di contenere non solo organizzazioni politiche, ma anche il rischio che il dissenso si trasformi in esempio morale per una parte crescente della società iraniana.
La vicenda conferma come l’Iran non possa essere letto soltanto attraverso il dossier nucleare, la competizione regionale o il confronto con Stati Uniti e Israele. Dietro la dimensione geopolitica esiste anche un Paese attraversato da repressione, crisi sociale e conflitto interno, dove il controllo politico continua a passare attraverso il carcere e la pena di morte.
Il regime può eliminare gli oppositori e controllare lo spazio pubblico, ma ogni esecuzione rischia anche di trasformarsi in memoria politica. Ed è proprio questa la contraddizione della repressione: nel momento in cui cerca di imporre paura assoluta, finisce spesso per lasciare nuove testimonianze di resistenza.












