Iran. Mosca entra in campo e cambia gli equilibri della crisi

di Giuseppe Gagliano –

Il viaggio del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi tra Pakistan, Oman e Russia segna una svolta nella gestione della crisi con Stati Uniti e Israele. Teheran ribalta l’impostazione occidentale: non più il nucleare al centro del negoziato, ma la fine della guerra, la revoca del blocco navale, garanzie internazionali e risarcimenti come condizioni preliminari. Una scelta che ridefinisce l’agenda diplomatica e sposta il confronto su un piano politico più ampio. L’Iran rifiuta di negoziare sotto pressione militare e sanzioni, imponendo una sequenza diversa: prima la de-escalation, poi eventuali discussioni sul programma nucleare. Questo cambio di paradigma mira a sottrarre a Washington il controllo dei tempi e delle condizioni del dialogo, trasformando il negoziato da confronto asimmetrico a partita più equilibrata. Determinante l’ingresso della Russia nel processo. A Mosca, Araghchi è stato ricevuto non solo dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov ma anche dal presidente Vladimir Putin, segnale di un coinvolgimento diretto del Cremlino. Mosca punta a diventare attore centrale nella soluzione della crisi, sostenendo la sovranità iraniana e contrastando l’approccio statunitense. Per Teheran, il supporto russo serve a rompere l’isolamento, ampliare il conflitto a dimensione eurasiatica e riequilibrare i rapporti di forza. La proposta iraniana si articola in tre fasi: cessate il fuoco con garanzie internazionali, gestione condivisa dello Stretto di Hormuz e solo successivamente un confronto separato sul nucleare. Un’impostazione che ribalta quella americana e attribuisce all’Iran un ruolo attivo nella definizione dell’agenda. Sul piano strategico, Teheran non si presenta come attore sconfitto. Nonostante i danni subiti, mantiene capacità diplomatica, coesione interna e influenza regionale. La possibilità di dialogare con Mosca e attori regionali indica che la pressione militare non ha prodotto una resa politica, ma ha spinto l’Iran a rafforzare le proprie alleanze. Lo Stretto di Hormuz emerge come nodo cruciale della crisi globale. Il controllo di questa via energetica consente a Teheran di esercitare una leva diretta sui mercati internazionali. Instabilità nell’area significa aumento dei prezzi energetici e impatti su Europa e grandi importatori asiatici come Cina e India. La sicurezza delle rotte, secondo l’Iran, può essere garantita solo attraverso un accordo che lo includa. La crisi assume così una dimensione più ampia: non solo confronto tra Iran e Stati Uniti, ma scontro tra ordine occidentale e sistema multipolare emergente. Teheran si posiziona come nodo strategico tra Medio Oriente, Asia e Eurasia, mentre Mosca rafforza il proprio ruolo di garante alternativo. Pechino osserva, pronta a sfruttare eventuali difficoltà americane nella regione. Si incrina anche il tradizionale modello negoziale basato su sanzioni e pressione militare. In un contesto multipolare, i Paesi colpiti sviluppano strumenti alternativi e nuove alleanze, riducendo l’efficacia della coercizione occidentale. Il messaggio iraniano è chiaro: non più interlocutore subordinato, ma potenza regionale con una propria agenda e una rete di alleati. Il nucleare resta sul tavolo, ma non è più il fulcro esclusivo del negoziato. La guerra, anziché ridurre lo spazio di Teheran, ha ampliato il perimetro del confronto, trasformando la crisi in una partita geopolitica globale.