Iran. Paese ancora armato: la guerra incrina la narrativa di Israele e Stati Uniti

di Giuseppe Gagliano –

La guerra contro l’Iran non avrebbe prodotto il risultato strategico rivendicato da Israele e Stati Uniti. Secondo una valutazione riservata della CIA, Teheran conserverebbe circa il 70 per cento dei missili balistici e il 75 per cento dei lanciatori mobili posseduti prima del conflitto, mantenendo inoltre la capacità di resistere per mesi a un eventuale blocco navale americano. Un quadro che ridimensiona la narrativa sulla presunta neutralizzazione dell’apparato militare iraniano.
Nonostante settimane di bombardamenti israeliani e statunitensi, la Repubblica Islamica avrebbe conservato una significativa profondità strategica. Le operazioni avrebbero danneggiato infrastrutture, depositi e aree di lancio, ma senza distruggere il cuore del sistema missilistico costruito da Teheran proprio per sopravvivere a una guerra di logoramento.
La rete sotterranea iraniana, composta da tunnel, pozzi di lancio, depositi protetti e lanciatori mobili, avrebbe limitato l’efficacia della superiorità aerea avversaria. Israele sarebbe riuscito a interrompere alcune capacità operative, senza però impedire all’Iran di riaprire gallerie, riparare missili quasi completati e ripristinare l’accesso a porzioni rilevanti del proprio arsenale.
Per gli analisti militari il dato centrale è che una potenza dotata di missili balistici mobili e infrastrutture sotterranee diffuse non può essere neutralizzata soltanto attraverso campagne aeree. Sarebbero necessarie intelligence costante, capacità di colpire in tempo reale e un conflitto prolungato che Israele difficilmente potrebbe sostenere senza il pieno coinvolgimento americano.
Il risultato politico appare quindi ambiguo. L’Iran non avrebbe ottenuto una vittoria militare, ma sarebbe riuscito a evitare una sconfitta decisiva, trasformando la sopravvivenza del regime in un successo strategico.
Per Benjamin Netanyahu il problema è anche politico. Da un lato il governo israeliano deve dimostrare che la guerra abbia fermato il programma nucleare iraniano. Dall’altro resta aperta la questione dell’arsenale missilistico, che secondo le valutazioni americane continuerebbe a rappresentare una minaccia concreta per Israele.
La divergenza tra Washington e Tel Aviv rischia così di allargarsi. Israele punta al disarmo strategico dell’Iran, mentre Donald Trump potrebbe considerare sufficiente un accordo capace di congelare temporaneamente il programma nucleare, ridurre la tensione regionale ed evitare una guerra permanente nel Golfo Persico.
Anche sul piano economico emergono limiti alla pressione occidentale. La capacità iraniana di resistere per tre o quattro mesi a un blocco navale dimostrerebbe l’esistenza di reti di sopravvivenza costruite negli anni attraverso scorte, traffici indiretti, collegamenti con Cina e Russia ed economia di guerra. Un eventuale blocco colpirebbe duramente esportazioni e logistica energetica, ma potrebbe non provocare il rapido collasso del regime.
Secondo diverse valutazioni strategiche, Cina e Russia avrebbero inoltre interesse a evitare il completo strangolamento dell’Iran, considerato un partner utile contro la pressione occidentale e un elemento decisivo negli equilibri regionali.
Sarebbe invece fallito il progetto attribuito al Mossad e sostenuto da apparati americani per favorire un cambio di regime attraverso movimenti insurrezionali interni. Il caso iraniano confermerebbe ancora una volta come la vulnerabilità di un governo non coincida automaticamente con la sua caduta.
Teheran resta infatti attraversata da tensioni sociali e opposizione interna, ma continua a disporre di apparati repressivi, reti clientelari e forze armate ideologizzate in grado di mantenere il controllo del Paese anche sotto pressione militare esterna.
La posta in gioco va oltre il programma nucleare. Il confronto riguarda l’equilibrio di potenza in Medio Oriente, il controllo del Golfo Persico e la sicurezza energetica globale. Il timore israeliano è che l’Iran possa in futuro ricostruire un arsenale da migliaia di missili balistici, capace di saturare le difese aeree e rendere molto più costosi eventuali attacchi preventivi.
La crisi conferma così un principio ricorrente nei conflitti mediorientali: la superiorità militare non garantisce automaticamente una vittoria strategica. Si possono distruggere basi e infrastrutture senza piegare la capacità di resistenza del nemico.
Il conflitto resta quindi sospeso tra logoramento e negoziato. Israele non può dichiarare raggiunti pienamente i propri obiettivi, mentre l’Iran può rivendicare di essere rimasto in piedi nonostante l’offensiva. Gli Stati Uniti dovranno ora decidere se proseguire nella pressione militare ed economica oppure trasformare la crisi in un accordo diplomatico imperfetto.
Il nodo centrale, però, resta irrisolto: cosa significa vincere una guerra contro l’Iran se Teheran conserva ancora la capacità di colpire? Per ora la risposta appare chiara. La guerra ha inflitto danni pesanti, ma non ha spezzato la struttura strategica della Repubblica Islamica.