Iran. Pezeshkian firma la Convenzione Onu per la Soppressione del Finanziamento del Terrorismo

di Giuseppe Gagliano

Il presidente Masoud Pezeshkian ha firmato il decreto che sancisce l’adesione condizionata dell’Iran alla Convenzione delle Nazioni Unite per la Soppressione del Finanziamento del Terrorismo (CFT). Una mossa che ha un obiettivo chiaro: riaprire il Paese al sistema bancario internazionale e ridurre l’isolamento finanziario prodotto da anni di sanzioni. L’adesione è formalmente limitata dai confini della Costituzione iraniana, garantendo che ogni disposizione contraria alla legislazione nazionale possa essere respinta. Un dettaglio cruciale, che mostra come Teheran voglia conciliare apertura tattica e sovranità interna.
La decisione arriva alla vigilia della plenaria del Financial Action Task Force (FATF) a Parigi. Per la prima volta in sei anni, una delegazione iraniana partecipa all’incontro ufficiale per illustrare le riforme normative e legislative. Teheran spera che l’allineamento formale alle convenzioni internazionali possa consentire almeno un parziale reinserimento nei circuiti finanziari globali, aprendo spiragli commerciali anche con partner come Cina e Russia, duramente colpiti dagli effetti collaterali dell’isolamento iraniano.
La ratifica della CFT è frutto di un acceso scontro interno tra riformisti e ultraconservatori. Questi ultimi temono che l’adesione offra ai “nemici” dell’Iran accesso a informazioni sensibili e possa limitare il sostegno a gruppi considerati “alleati strategici” di Teheran, come Hamas, Hezbollah e gli Houthi. I riformisti, invece, vedono nella CFT un tassello indispensabile per ottenere margini di manovra economici e diplomatici. L’equilibrio trovato riflette la scelta di “aderire senza cedere”: rispettare le formalità internazionali ma mantenere il controllo politico e legale sul loro impatto interno.
L’inclusione dell’Iran nella lista nera del FATF dal 2020 ha tagliato fuori il Paese dai principali circuiti bancari internazionali, aggravando gli effetti delle sanzioni statunitensi. L’adesione alla CFT, insieme a quella già approvata alla Convenzione di Palermo contro il crimine organizzato, è pensata per facilitare transazioni commerciali e finanziarie con partner “amici” e attrarre investimenti mirati. Tuttavia, l’impatto sarà lento e condizionato: l’uscita dalla lista nera richiede verifiche tecniche e politiche, oltre che la fiducia dei mercati internazionali.
Con questa mossa, l’Iran segnala di voler allentare la pressione esterna senza modificare radicalmente la propria postura strategica regionale. Un tentativo di “apertura controllata” che mira a migliorare la resilienza economica mantenendo intatto il perimetro ideologico del regime. In un contesto di tensioni crescenti tra Occidente e blocchi alternativi, Teheran potrebbe usare la CFT come leva negoziale, più che come reale strumento di cambiamento strutturale.
Per Pezeshkian, eletto con la promessa di normalizzare i rapporti con l’occidente, questa adesione rappresenta un test politico delicato: se riuscirà a trasformarla in risultati economici tangibili, rafforzerà la sua posizione interna. Ma se le aperture resteranno simboliche e l’isolamento continuerà, i conservatori potranno usarle come prova dell’“ingenuità” dei riformisti. In gioco non c’è solo la politica estera, ma la stabilità economica e politica del Paese nei prossimi anni.