di Giuseppe Gagliano –
Nel silenzio assordante della comunità internazionale, l’Iran ha ripreso a pieno ritmo la pratica delle esecuzioni di massa. Nei primi sei mesi del 2025, secondo i dati diffusi dall’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk, il regime ha impiccato almeno 612 persone. Un numero più che doppio rispetto allo stesso periodo del 2024. E in questa contabilità macabra si nasconde un messaggio politico: Teheran non solo reprime, ma lo fa in pubblico, nel nome della legge e con la benedizione delle proprie istituzioni.
A colpire non è solo la quantità, ma la qualità delle condanne. Oltre ai reati legati alla droga, tornano formule oscure come “inimicizia verso Dio” e “corruzione sulla Terra”. Espressioni vaghe, ma utilissime per zittire oppositori, giornalisti, attivisti e chiunque osi mettere in discussione la teocrazia iraniana. È questo il nodo centrale della questione: la giustizia viene trasformata in arma politica, e il diritto alla vita diventa merce negoziabile nel gioco del potere.
A dare nuova linfa a questa spirale repressiva è stata la breve ma violenta guerra della scorsa primavera tra Iran e Israele. Un conflitto che ha acceso proteste interne, messo in luce le crepe nel sistema e costretto la Repubblica islamica a serrare i ranghi. Non è un caso che negli ultimi mesi siano stati giustiziati anche due membri dei Mujaheddin del Popolo, gruppo storico dell’opposizione iraniana in esilio. Un avvertimento chiaro a chiunque, dentro o fuori dal Paese, possa rappresentare un’alternativa politica.
L’uso strumentale della pena capitale serve a ristabilire un controllo psicologico sulla popolazione. Le impiccagioni, spesso avvolte dal segreto o eseguite in fretta, assumono un valore simbolico: sono il rituale attraverso cui il regime riafferma la sua autorità morale, religiosa e militare.
A rendere ancora più inquietante il quadro è un progetto di legge attualmente in discussione a Teheran. Il disegno mira a estendere il concetto di “collaborazione con Stati ostili” anche a semplici comunicazioni online, contatti con media stranieri o manifestazioni di simpatia ideologica. In altre parole, postare un commento su internet o partecipare a un forum virtuale potrebbe essere sufficiente per finire nel braccio della morte.
È la sistematizzazione del sospetto. Un’intera generazione, nata e cresciuta tra social media e proteste spontanee, rischia di trovarsi criminalizzata con codici penali scritti per colpire idee, non atti. L’Iran post-Guerra di Primavera cerca di trasformare la Rete in un campo minato, dove ogni parola può essere usata come prova d’accusa.
L’Onu ha levato la voce, chiedendo un moratorio immediato e l’abolizione della pena di morte. Ma la denuncia resta isolata. L’Occidente, distratto da guerre più vicine e da interessi energetici, preferisce non vedere. Nessuna sanzione specifica, nessuna mobilitazione diplomatica. La Realpolitik regna sovrana: meglio tollerare le impiccagioni che rischiare la rottura con un Paese chiave per gli equilibri del Medio Oriente.
E così, mentre le capitali europee discutono di diritti e libertà, in Iran si torna all’età del boia. Con una crudeltà non solo fisica, ma istituzionale: le esecuzioni non sono crimini isolati, ma parte integrante di un sistema giuridico che trasforma il dissenso in eresia e la legge in terrore.
Quel che accade in Iran non è un fatto lontano, relegabile ai bollettini dell’ONU o alle colonne dei giornali. È il segnale di un’epoca in cui la repressione si globalizza, si veste da giustizia e si serve delle leggi per opprimere. È la lezione di un regime che ha capito come governare con la paura senza rinunciare al diritto formale. E questa lezione può fare scuola, ovunque il potere tema la voce dei cittadini più della forza degli eserciti.












