di Giuseppe Gagliano –
Le parole del primo vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, e del consigliere militare della Guida suprema, Yahya Rahim Safavi, non lasciano spazio a illusioni: tra Teheran e Tel Aviv non c’è un cessate-il-fuoco, ma soltanto una pausa fragile e indefinita. “Siamo in una fase di guerra”, ha ribadito Safavi, chiarendo che lo scontro può riesplodere in qualsiasi momento.
Quella del giugno scorso non è stata una guerra lampo, ma un anticipo di conflitto totale. Israele ha bombardato siti nucleari e militari iraniani, colpendo anche aree residenziali, con oltre mille morti. L’Iran ha risposto con droni e missili, uccidendo decine di israeliani. Gli Stati Uniti, dopo aver sostenuto Tel Aviv, sono entrati direttamente in guerra bombardando tre impianti nucleari iraniani, salvo poi annunciare una “cessazione delle ostilità” mai formalizzata in alcun accordo.
Per l’Iran il messaggio è duplice: non cerca la guerra, ma non può permettersi di apparire debole. Il Paese è circondato da minacce – Israele a ovest, le basi americane nel Golfo, i Paesi arabi sempre più allineati con Washington – e deve mantenere alta la deterrenza. L’insistenza sul concetto di “scenario peggiore” è parte di questa strategia: un avvertimento non solo a Israele, ma anche alle potenze occidentali che vedono nel programma nucleare iraniano una minaccia crescente.
Teheran arricchisce uranio al 60%, livello ancora inferiore al 90% necessario per un’arma, ma molto oltre il 3,67% fissato dall’accordo del 2015. La differenza tecnica è cruciale: con il 60%, l’Iran dimostra di essere a un passo dalla soglia militare, senza oltrepassarla del tutto. È un gioco di equilibrio: non possedere l’arma, ma tenere aperta la possibilità di arrivarci rapidamente, guadagnando peso negoziale.
Dal canto suo, Israele non può accettare un Iran che si avvicina alla soglia nucleare. La sua dottrina strategica si fonda sulla prevenzione: colpire prima che il nemico diventi troppo forte. È lo stesso principio che portò ai bombardamenti contro i reattori nucleari in Iraq nel 1981 e in Siria nel 2007. La differenza è che l’Iran non è né l’Iraq né la Siria: è un Paese di 90 milioni di abitanti, con capacità missilistiche avanzate, alleati regionali come Hezbollah e una rete di milizie sciite in Medio Oriente.
Un attacco israeliano potrebbe incendiare l’intera regione, spingendo Hezbollah a intervenire dal Libano, i ribelli Houthi a colpire nel Mar Rosso e le milizie irachene a destabilizzare Baghdad. Uno scenario che minaccerebbe rotte energetiche vitali per l’Europa e l’Asia, oltre a mettere in difficoltà gli Stati Uniti, costretti a difendere contemporaneamente Israele e le proprie basi nel Golfo.
Gran Bretagna, Francia e Germania hanno minacciato di reintrodurre le sanzioni revocate dall’accordo del 2015. È un modo per esercitare pressione, ma rischia di essere inefficace: l’Iran ha imparato a convivere con le sanzioni, rafforzando i legami economici con Russia e Cina. Teheran esporta petrolio verso Pechino, importa tecnologia militare da Mosca, e intanto consolida il proprio ruolo in Medio Oriente.
Per l’Europa, il rischio è duplice. Da un lato, perdere l’accesso a un mercato energetico che resta strategico. Dall’altro, ritrovarsi a pagare le conseguenze di un conflitto che colpirebbe le vie del gas e del petrolio dal Golfo Persico. La guerra in Ucraina ha già dimostrato quanto l’energia possa essere arma geopolitica. Una guerra in Medio Oriente renderebbe quella lezione ancora più dura.
Dietro l’apparente logica militare, si muove una questione di ordine internazionale. Se Israele colpisce e l’Iran risponde, gli Stati Uniti non potranno restare neutrali. Ma il loro coinvolgimento diretto rischia di allargare il conflitto, trascinando dentro Arabia Saudita, Emirati e forse la Turchia. In gioco non c’è solo la stabilità del Medio Oriente, ma l’equilibrio globale tra potenze.
Perché se l’Iran riuscisse a resistere e a mantenere il proprio programma nucleare, sarebbe la prova che un Paese può sfidare l’ordine imposto dall’Occidente senza esserne annientato. Sarebbe un messaggio fortissimo per altre nazioni, dalla Corea del Nord al Venezuela, che cercano di sottrarsi al controllo occidentale.
Il punto cruciale resta questo: non c’è pace, non c’è accordo, solo una sospensione temporanea del fuoco. Israele e Iran si preparano al peggio, consapevoli che ogni giorno di calma può essere l’ultimo. L’Occidente minaccia nuove sanzioni, ma non ha una strategia chiara per disinnescare la crisi.
Il Medio Oriente vive ancora una volta come sul filo del rasoio. Ed è difficile credere che la tregua indefinita reggerà a lungo.












