di Guido Keller –
L’Iran sta attraversando ore di forte tensione. Le proteste popolari, iniziate come reazione al grave peggioramento delle condizioni economiche e al crollo della valuta nazionale, si sono rapidamente estese e trasformate in una più ampia contestazione socio-politica del regime.
Secondo fonti locali e testimonianze diffuse sui social prima del blackout informativo, le manifestazioni hanno interessato almeno 15 città, tra cui Teheran, Mashhad, Shiraz, Ahvaz, Dezful, Narmak e Karaj che, secondo diverse segnalazioni, sarebbe stata in larga parte occupata dai manifestanti. Incidenti con vittime e danni alle cose, tra cui numerose auto date alle fiamme, si sono registrati un po’ ovunque. Il numero dei morti negli scontri con le forze dell’ordine è dato al momento a 45, tra cui 8 minori, mentre gli arresti sono quasi 3mila.
Il governo ha risposto con misure drastiche: l’accesso a Internet risulta quasi completamente disattivato su tutto il territorio nazionale, una strategia già utilizzata in passato per limitare il coordinamento delle proteste e il flusso di informazioni verso l’estero.
Un ruolo sempre più centrale sembra essere assunto da Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi, oggi residente negli Stati Uniti. Pahlavi ha lanciato un appello pubblico invitando la popolazione a scendere in piazza in massa, un’iniziativa che sembra aver avuto un impatto concreto: il numero dei manifestanti è aumentato e gli scontri con le forze di sicurezza si sono fatti più intensi.
In parallelo il clima si è ulteriormente surriscaldato dopo le dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump, che ha minacciato ritorsioni durissime contro Teheran, parlando di colpire l’Iran “very hard” e di far pagare al regime “un prezzo infernale” nel caso in cui la repressione armata delle proteste dovesse continuare. Parole che, secondo diversi osservatori, rischiano di alimentare ulteriormente la radicalizzazione dello scontro interno.












