Iran. Società postbellica: come è cambiato il patto tra Stato e società

di Giuseppe Gagliano

La storia della Repubblica Islamica dell’Iran può essere letta come una sequenza di patti sociali tra popolazione ed élite, strumenti con cui il potere ha cercato di garantirsi sostegno e continuità. Dopo la guerra con l’Iraq, la dirigenza iraniana comprese che il patto rivoluzionario fondato sulle classi popolari, sulla redistribuzione e sulla mobilitazione ideologica non bastava più a sostenere uno Stato impegnato nella ricostruzione economica. La fine del conflitto aprì una fase diversa: disciplina di bilancio, riduzione della spesa sociale, priorità alla crescita. Questo cambio di rotta aggravò le tensioni sociali e mise in luce l’incoerenza tra le promesse egualitarie della rivoluzione e la realtà di nuove disuguaglianze.
Il primo processo di ridefinizione del patto sociale fu la sostituzione delle classi popolari con la classe media come base del consenso. La retorica rivoluzionaria della giustizia sociale lasciò spazio alla promozione dell’imprenditorialità, dello stile di vita borghese e dell’affermazione individuale. Anche grazie alla propaganda, mentalità imprenditoriale e consumi divennero simboli di successo. Il consenso non scomparve, ma cambiò natura: meno ideologico, più legato alla stabilità e alle opportunità economiche.
Sul piano geoeconomico, la strategia mirava a creare una forza lavoro qualificata e a rendere l’Iran compatibile con i meccanismi dell’economia globale. L’investimento nell’istruzione superiore fu massiccio: dagli anni Settanta alla metà degli anni Novanta il numero di studenti passò da circa 140mila a quasi 1,2 milioni, con una crescita notevole delle immatricolazioni femminili. Le donne nate nei primi anni Ottanta arrivarono a frequentare la scuola mediamente più a lungo degli uomini, segno di una trasformazione sociale profonda. Furono eliminate le credenziali religiose obbligatorie per l’accesso all’università e sorsero atenei anche in aree periferiche, con l’obiettivo di formare quadri tecnici e professionali.
Il secondo processo riguardò la gestione della partecipazione politica. L’autocratizzazione del sistema e l’evoluzione in senso più liberale di parte della sinistra islamica ampliarono il linguaggio politico dei movimenti, che iniziarono a rivendicare giustizia economica e maggiore democrazia ricorrendo ai concetti di diritti costituzionali e diritti umani. Con il declino della sinistra islamica e il suo passaggio all’opposizione, molti movimenti a essa legati, soprattutto studenteschi, cercarono autonomia dal potere istituzionale e radicalizzarono le critiche al sistema. Il governo rispose con una combinazione già sperimentata negli anni Ottanta: cooptazione, sostituzione delle leadership e repressione selettiva.
Il mondo universitario divenne un vero laboratorio politico. La frammentazione dell’attivismo studentesco rispecchiava quella della classe dirigente. L’organizzazione studentesca più influente, a lungo vicina allo Stato, aveva goduto negli anni Ottanta di accesso privilegiato a posizioni di potere. Questa vicinanza però generava malumori tra studenti e fondatori, desiderosi di maggiore autonomia. Intellettuali e attivisti denunciarono la povertà creativa dell’organizzazione, ridotta a cassa di risonanza delle fazioni politiche.
Figure inizialmente alleate del potere per contenere la sinistra islamica finirono per allontanarsene a metà anni Novanta, accusando governo e vertici religiosi di corruzione. Articoli critici pubblicati su riviste studentesche provocarono attacchi fisici contro i membri di questi gruppi e una rottura ufficiale da parte dell’ufficio della Guida. L’isolamento politico produsse effetti inattesi: quegli stessi ambienti furono tra i protagonisti delle proteste del 1999, quando la competizione tra fazioni si trasformò in movimento democratico autonomo con critiche che travalicavano la politica parlamentare. L’apertura delle elezioni interne alle organizzazioni studentesche a tutto il corpo universitario, decisa per calcolo strategico, accelerò il pluralismo ma anche la perdita di controllo.
Un altro segmento iperpoliticizzato da rivoluzione e guerra fu quello femminile. Le donne avevano svolto ruoli centrali, anche combattenti, ma nel dopoguerra fu chiesto loro di tornare a funzioni tradizionali. Tuttavia, esperienze così intense avevano creato aspettative di autonomia difficili da cancellare. Persino molte sostenitrici dell’islamizzazione si aspettavano riforme su divorzio e custodia dei figli.
La risposta dello Stato fu la cooptazione. L’ingresso delle donne nel lavoro era funzionale alla ricostruzione economica e all’allargamento del consenso. Ciò richiedeva aggiustamenti legislativi e politiche di partecipazione. Sul piano internazionale, queste aperture servivano a presentare l’Iran come Stato tradizionale ma moderno. La richiesta di adesione all’Organizzazione mondiale del commercio nel 1996 rientrava in questa strategia, anche se fu bloccata dall’opposizione statunitense.
La creazione di un ufficio presidenziale dedicato alle questioni femminili e la partecipazione alla conferenza mondiale sulle donne di Pechino del 1995 furono momenti chiave. Il governo promosse attivamente la presenza di organizzazioni femminili, ma molte attiviste denunciarono che il lavoro delle associazioni veniva incanalato verso obiettivi governativi. Numerose organizzazioni formalmente non governative agivano in realtà come strumenti di gestione della partecipazione, anche perché molte funzioni pubbliche vennero esternalizzate per rispettare i vincoli di austerità. Questa trasformazione, poi formalizzata per legge nei primi anni Duemila, era già in atto negli anni Novanta.
Eppure il controllo non fu totale. Gli spazi aperti permisero la nascita di soggettività femministe più autonome. Collaborazioni tra femministe islamiche e secolari emersero in ambito culturale e sociale. Molte militanti, inizialmente coinvolte in iniziative sostenute dal governo, se ne distaccarono per delusione, orientandosi verso percorsi più radicali. L’inclusione selettiva operata dallo Stato divideva il campo femminista tra organizzazioni considerate rispettabili, spesso dotate di capitale sociale e linguaggio riformista, e gruppi meno accettati, legati a classi lavoratrici o minoranze etniche. Proprio questi ultimi, insieme alle organizzazioni sindacali e alle associazioni di donne curde, subirono le repressioni più dure mentre il discorso ufficiale si apriva sui diritti.
Il nuovo patto sociale rese l’Iran più adattabile ma anche più complesso. La formazione di una vasta classe media istruita e di una società civile articolata aumentò le capacità del Paese ma anche il livello delle aspettative. Dal punto di vista strategico, la stabilità interna divenne parte integrante della sicurezza nazionale. Dal punto di vista geopolitico, uno Stato che deve costantemente rinegoziare il consenso interno ha margini di manovra esterna più cauti ma anche una resilienza particolare.
Finché il sistema riesce a offrire mobilità sociale e a gestire le fratture con un mix di inclusione e controllo, la tenuta è garantita. Ma crisi economiche, sanzioni o shock regionali possono riattivare quelle stesse forze sociali che la Repubblica islamica ha contribuito a creare. In Iran, la linea di confine tra politica sociale, sicurezza e geopolitica resta sottile: è lì che si gioca la durata del sistema.