Iran. Storia e destini di un popolo

di Carmine Stabile

Il XX secolo ha lasciato segni profondi nelle strutture della società civile contemporanea. Le tracce del disagio politico-sociale sono emerse con vigore soprattutto nello scacchiere internazionale, dove oggi converge il problema delle tensioni globali alimentate dallo spettro atomico.
Questo scenario può essere circoscritto geograficamente lungo la fascia compresa tra i meridiani 35° e 45° est: una vera e propria trincea che funge da cerniera critica tra l’Europa e il Medio Oriente. In questo contesto, la distanza fisica tra i poli del conflitto si annulla di fronte alla tecnologia dei missili balistici; lo spazio d’azione e i tempi di risposta si riducono a tal punto da rendere questa fascia una zona di pericolo immediato e globale.

Persia: storia di dinastie.
La storia dell’Iran attuale, è percorribile attraverso un corridoio temporale lungo 2500 anni. Anni di dinastie che hanno delineato la sua identità culturale e politica, apportando filosofie e trasformazioni radicali. Mutamenti ricamati nel tempo che ritroviamo anche oggi, come: “la fierezza nazionale”. Questa nata durante la dinastia Achemenide di Ciro il Grande battezzato con il nome di comandante militare. L’avvento di Ciro il Grande, segnò per l’Iran la nascita di una forte identità che ricondusse all’unificazione dei popoli iranici dal punto di vista religioso e culturale. Se questa fase storica rappresentò una transizione idilliaca, l’avvento del VII secolo d.C. fu un terremoto senza precedenti.
Il 651 d.C. segnò un punto di rottura definitivo: la caduta della dinastia Sasanide, indebolita dai secolari conflitti con l’Impero Bizantino, spalancò le porte alla conquista araba. La Persia cessò così di essere un impero indipendente, venendo incorporata come provincia nel vasto Califfato dei Rashidun guidato da Uthmān ibn ʿAffān.
Tuttavia, l’identità persiana non svanì, ma rimase latente fino all’avvento della dinastia Safavide (1501-1722), momento in cui si iniziò a delineare il volto dell’Iran moderno. Fu in questa fase che lo Sciismo venne imposto come religione di Stato, agendo da catalizzatore per la nascita di un proto-nazionalismo iraniano. È qui che la figura politica dello Scià si salda indissolubilmente all’identità religiosa dello Sciismo: il sovrano non era più solo un monarca, ma diventava il principale difensore della fede sciita contro l’egemonia dei vicini imperi sunniti.
Durante il dominio della dinastia Qajar (1789-1925) in Persia, nonostante nel resto del mondo si registrassero importanti progressi in campo scientifico, economico e sociale, il governo centrale si indebolì progressivamente. Tale fragilità fu causata dalle forti ingerenze delle potenze straniere, in particolare dell’Inghilterra e della Russia, che si contendevano l’influenza sulla regione.
Dopo il declino Qajar, l’ultima dinastia prima del passaggio alla repubblica islamica, fu quella dei Pahlavi (1925-1979). Reza Shah, alto ufficiale dell’esercito assunse il comando del Paese, avviando un radicale processo di modernizzazione e centralizzazione dello Stato. Una delle sue decisioni più simboliche fu il cambio del nome da Persia a Iran, nel 1935. Il suo successore, il figlio Mohammad Reza Pahlavi, ereditò il trono e governò come ultimo sovrano (Scià) fino al crollo della monarchia causato dalla rivoluzione.
La rivoluzione islamica (1979) segnò in modo radicale la visione dell’Iran odierno. Il 98,5% degli aventi diritto al voto a seguito di referendum costituì la Repubblica Islamica dell’Iran, consegnando le chiavi della costituzione al clero. Nasce la Repubblica Islamica dell’Iran con a capo un leader esperto di legge islamica (Velayat-e Faqih). Allo stesso tempo, con uno sguardo al passato e proiezione al presente si parla di regressione sociale. Il punto focale di una transizione: da Paese libero a stampo USA con lo Scià Mohammad Reza Pahlavi a Paese chiuso nella cinta dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Ora il potere è nelle mani del clero; secondo l’islam sciita il vero leader legittimo è l’imam segreto che farà ritorno soltanto alla fine dei tempi. Dunque questo buco temporale secondo Khomeini andava ripianato con l’elezione di un garante della legge islamica, eletto tra i giuristi islamici più sapienti. Il potere è quindi riconosciuto alla religione.

La piramide del potere iraniano.
È possibile immaginare il sistema della società iraniana come una piramide. Al contrario delle democrazie classiche, però, dove la piramide è alimentata dal basso verso l’alto, ci troviamo di fronte ad un concetto aperto e circolare in cui il popolo elegge chi fa le leggi e può cambiarlo alle prossime elezioni. In Iran la piramide è chiusa al vertice: chi sta in alto ha un potere che non dipende dal voto di chi sta in basso. In questo sistema più si sale e più diventa teocratico e meno elettivo. Partendo dal basso troviamo:
I cittadini iraniani che votano il presidente, il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti con il limite di non poter scegliere chiunque ma soltanto coloro che sono stati prescelti dalla guida suprema.
Salendo, troviamo le istituzioni repubblicane quali il Parlamento (Majlis) che propone e approva le leggi e il Presidente della Repubblica, capo del governo privo di comando militare ma gestore dell’economia del paese.
In prospettiva, gli organi di controllo quali: il Consiglio dei Guardiani, composto da 12 membri che nominano i candidati alle elezioni, con il veto di poter annullare le leggi del Parlamento se non conformi alla legge islamica della Sharia; l’Assemblea degli Esperti e il Consiglio del Discernimento paziente nei conflitti tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani.
Al vertice la guida suprema (Rahbar), detiene il potere assoluto. Comanda le forze armate, i servizi segreti e le Guardie della Rivoluzione, i Pasdaran. Nomina i membri del Consiglio dei Pasdaran e il capo della magistratura. Il braccio militare dei Pasdaran, nacque in contrapposizione all’esercito regolare per contrastare eventuali tradimenti e cambi di direzione da parte dei generali in forza dai tempi dello Scià; dunque in sostanza una forza di repressione in caso di dissenso al regime. Al loro interno si articolano in Qods e Basij. I primi hanno il compito di supervisione sulla politica estera mentre i secondi si occupano di repressione interna. Una macchina creata ad hoc basata sulla repressione del dissenso e fedeltà assoluta per evitare crepe nel sistema militare.
Il passaggio chiave si evidenzia al centro, dove il Consiglio dei Guardiani fa da filtro sulle scelte del popolo, evitando di influenzare il vertice nelle sue decisioni.
La chiave verticale
In questo gioco di meridiani, troviamo l’ago della bilancia dell’attuale equilibrio mondiale. Parliamo del 40° meridiano che passa esattamente nel mezzo tra Ucraina-Russia e Israele-Iran. Una rappresentazione della frattura che porta allo scontro degli interessi della NATO, contrapposti a quelli di Russia, Iran e Cina.
La proiezione linea tra Israele e Iran racchiude il problema principale del Medio Oriente. In questo caso, al contrario della Palestina si presenta un ostacolo concreto cementato da saldi strumenti di risposta immediata. L’Iran ricopre di basi missilistiche tutta la sua superficie territoriale, da nord a sud. L’agglomerato principale si trova lungo la criniera che si estende a nord e abbraccia i confini con l’Iraq, mentre si nota seppur presente ma in quantità ridotte, una classe di basi rivolte a oriente. Questo perché? È data dall’esposizione a est dove si riscontra il problema USA in quanto l’Iraq è territorio di basi USA, mentre risulta più calmierata sul versante orientale dove è coperta seppur in modo platonico dalla Cina.
La linea di proiezione tra Israele e Iran rappresenta il fulcro delle tensioni in Medio Oriente. In questo scenario, a differenza della questione palestinese, emerge un ostacolo concreto consolidato da solidi strumenti di risposta immediata. L’Iran ha disseminato basi missilistiche su tutto il territorio nazionale; tuttavia, l’agglomerato principale si sviluppa lungo la dorsale occidentale, definita anche arco difensivo degli Zagros, che da nord scende a ridosso dei confini con l’Iraq, costituendo il maggior raccordo missilistico iraniano.
Al contrario, sul versante orientale la densità di tali installazioni appare ridotta. Questa asimmetria è dettata dall’esposizione strategica: a ovest l’Iran fronteggia la presenza delle basi USA in Iraq e la profondità operativa verso Israele, mentre il fronte orientale risulta più stabile, beneficiando della vicinanza alla sfera d’influenza cinese e di una minore pressione immediata, visto che l’Afghanistan e il Pakistan non rappresentano per ora una seria minaccia, ma una zona di comfort. A sud, a Bandar Abbas, la presenza di basi serve specificamente per il controllo dello Stretto di Hormuz, punto nevralgico del transito di circa il 20-30% del petrolio globale.

Autarchia finanziaria.
Lo stock di debito estero iraniano è pressoché inesistente, attestandosi al di sotto dell’1% del PIL. Questa condizione è il risultato delle innumerevoli sanzioni internazionali che hanno reso impossibile l’accesso ai mercati del credito; di conseguenza, ogni risorsa interna è stata dirottata e concentrata nella produzione sovrana di armamenti. In questo contesto, il controllo dello Stretto di Hormuz non rappresenta soltanto una strategia militare, ma una vera e propria garanzia finanziaria: una leva energetica imprescindibile per negoziare la sussistenza economica e la sopravvivenza stessa del Paese.
Teheran appare dunque isolata dal punto di vista finanziario, ma ha saputo generare valore attraverso un’autosufficienza bellica radicale. Questa posizione è strategicamente sostenuta dai suoi custodi (come la Cina), i quali, pur dipendendo dai mercati globali, non possono abbandonare l’Iran nel momento del bisogno, poiché la stabilità dei propri approvvigionamenti energetici resta indissolubilmente legata alla tenuta del regime iraniano.

In prospettiva futura, il ruolo determinante potrebbe essere quello incardinato dall’India. L’elefante asiatico si profila come l’unico attore capace di scardinare la rigida logica bipolare del conflitto: non ponendosi semplicemente come mediatore tra l’Occidente e Teheran, ma agendo in solitaria per preservare i propri interessi strategici.
In questo scacchiere, il porto di Chabahar, nell’Iran meridionale, emerge come l’unica reale via d’uscita che aggira lo Stretto di Hormuz. In caso di tracollo totale o di blocco navale, questa infrastruttura rappresenterebbe un’ancora di salvezza per Teheran, permettendole di non scivolare in una dipendenza economica da Pechino. Mantenendo aperta questa direttrice marittima, l’India potrebbe di fatto depotenziare la formazione di un asse bellico sino-iraniano eccessivamente solido, che finirebbe per alimentare e cronicizzare ulteriormente il conflitto globale. Tutto ciò senza perdere di vista l’importanza strategica della guerra sottomarina: Nuova Delhi sta infatti potenziando la propria flotta di sommergibili proprio per monitorare le rotte energetiche, oggi messe a rischio dalla crescente pressione della marina cinese nelle acque dell’Oceano Indiano.