Iran. Tensioni con Usa e Israele: ipotesi di un attacco “rapido e limitato”

di Shorsh Surme –

Il rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente sta accelerando in vista di una possibile operazione militare o di una guerra contro l’Iran, che fonti americane e israeliane descrivono come imminente. Durante la sua visita in Israele il 26 gennaio, il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, Brad Cooper, ha parlato di un’operazione “breve, rapida e pulita” contro l’Iran, sottolineando la prontezza delle forze statunitensi.
In modo analogo, il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ha affermato che è stato discusso il coordinamento della difesa tra Israele e Stati Uniti nel caso di un attacco all’Iran, che potrebbe portare al lancio di missili balistici verso Israele.
Operazione limitata o guerra su larga scala?
Le dichiarazioni statunitensi e israeliane suggeriscono che Washington si stia preparando a un attacco limitato ma incisivo, potenzialmente diretto contro gli ayatollah iraniani, con il pretesto della “vittoria” e della “vendetta” per le proteste iniziate il 28 dicembre 2025 e proseguite per settimane. Cooper ha indicato che un eventuale attacco prenderebbe di mira i responsabili della repressione dei manifestanti.
Non è escluso che anche la Guida suprema Ali Khamenei possa essere considerata un obiettivo, alla luce di precedenti allusioni del presidente Donald Trump, che aveva dichiarato di “conoscere l’esatta posizione del leader iraniano” e lo aveva definito “un bersaglio facile”, pur affermando che non sarebbe stato colpito in quel momento. Tali dichiarazioni avevano suscitato dure reazioni da parte iraniana.
Nel contesto delle complesse relazioni tra Washington, Tel Aviv e Teheran, il riferimento ai manifestanti appare come un pretesto per riaprire il confronto con l’Iran e perseguire obiettivi strategici non raggiunti nella guerra dei dodici giorni dell’anno scorso, tra cui il cambio di regime o almeno un suo indebolimento strutturale.
Questa interpretazione è rafforzata dalla richiesta israeliana agli Stati Uniti di rinviare un eventuale attacco finché Israele non sarà pienamente preparato a difendersi da possibili ritorsioni iraniane, che questa volta potrebbero essere significative e di ampia portata.
Nel frattempo, sono emerse le condizioni poste da Washington all’Iran: smantellamento del programma nucleare e consegna dell’uranio arricchito; rinuncia ai missili balistici in grado di raggiungere Israele; cessazione del sostegno alla rete di alleati regionali, tra cui Hezbollah in Libano, Hamas, le Forze di mobilitazione popolare in Iraq e gli Houthi Ansar Allah in Yemen.
Tali richieste implicherebbero un cambiamento radicale nella politica estera e di difesa iraniana, costringendo Teheran, nella migliore delle ipotesi, a ritirarsi in un isolamento da potenza regionale neutrale. L’Iran, tuttavia, non ha mai accettato simili condizioni dalla guerra dei dodici giorni del giugno 2025, mantenendo la stessa strategia pur dichiarandosi aperto a negoziati con Washington basati sul rispetto reciproco e sul diritto internazionale.
Secondo le critiche rivolte all’amministrazione Trump, quest’ultima avrebbe ignorato tali principi, adottando una politica del fatto compiuto fondata sulla logica della forza, come accaduto in Venezuela e come potrebbe avvenire in altri contesti. Israele, dal canto suo, potrebbe ritenere che questo sia il momento opportuno per perseguire i propri obiettivi strategici in Iran, sia attraverso la pressione politica sia attraverso la forza militare, nel quadro di una più ampia ridefinizione del Medio Oriente secondo la visione dell’estrema destra israeliana.
Un recente rapporto del sito israeliano Ynet afferma che l’esercito israeliano ha avviato un’ampia operazione di riabilitazione delle fortificazioni militari lungo il confine con la Giordania, temendo che quest’ultimo possa trasformarsi in un fronte attivo con milizie filo-iraniane.