Iran. Tregue di carta e guerra vera

di Giuseppe Gagliano –

La fase attuale della guerra con l’Iran somiglia a quelle tregue che servono più a prendere fiato che a fare pace. Si parla di qualche progresso nei negoziati riservati, di contatti non ufficiali, di movimenti dietro le quinte che potrebbero aprire uno spiraglio. Ma il punto decisivo è che nulla di davvero solido è stato formalizzato e, in assenza di prese di posizione chiare, ogni ottimismo resta appeso al filo delle indiscrezioni. La realtà è che il problema, oggi, si è spostato soprattutto a Washington. Gli Stati Uniti devono trovare il modo di uscire dall’impasse senza dare l’impressione di essersi cacciati da soli in un vicolo cieco.
Il Libano rientra pienamente in questo gioco. Non come fronte laterale, ma come tassello di una possibile sistemazione più ampia che dovrebbe comprendere insieme l’Iran, il Levante e una parte almeno delle tensioni regionali. Qui però affiora subito il primo ostacolo: se alcuni attori spingono per inserire Beirut dentro una ricomposizione complessiva, Israele sembra invece muoversi nella direzione opposta. Il cessate il fuoco libanese è apparso fragile fin dalla nascita, quasi sabotato in anticipo da condizioni, vincoli e limitazioni che ne hanno ridotto la credibilità prima ancora che potesse consolidarsi. È il segno che una tregua, quando non coincide con l’interesse strategico di chi combatte, può sopravvivere solo sulla carta.
Qui si colloca il punto più delicato dell’intera vicenda. Israele ha dovuto accettare una pausa sul fronte libanese anche per effetto delle pressioni americane, perché la Casa Bianca ha bisogno di chiudere un accordo con Teheran che salvi almeno l’apparenza del risultato. Il motivo è semplice: gli obiettivi proclamati all’inizio del confronto non sono stati raggiunti. Non è caduto il regime iraniano, non è stata cancellata in modo definitivo la capacità nucleare, non è stata neutralizzata la struttura missilistica, e neppure Hormuz è tornato a essere quel passaggio libero e rassicurante che l’Occidente pretendeva di ristabilire. Quando una grande potenza annuncia obiettivi massimi e poi non riesce a tradurli in fatti, il problema non è solo militare. È politico, psicologico, simbolico.
Per questo l’intesa con l’Iran non riguarda soltanto il cessate il fuoco. Riguarda il petrolio, il nucleare, il sistema dei pagamenti, la moneta di riferimento nei commerci internazionali. In controluce si intravede un disegno molto più concreto delle grandi dichiarazioni ideologiche: riportare l’energia iraniana sul mercato dentro un perimetro gestibile, possibilmente in dollari e non in monete concorrenti. Il conflitto, in altre parole, non si misura solo con i bombardamenti ma anche con la valuta nella quale verrà venduto il greggio domani. Qui la geopolitica si salda con la geoeconomia: il controllo dei corridoi energetici vale quanto il controllo del territorio.
Sul terreno, la pausa libanese ha anche un’altra spiegazione: il costo della guerra. I combattimenti sono stati durissimi, i mezzi persi numerosi, e l’avversario si è rivelato molto più resistente di quanto molti avessero immaginato. Hezbollah ha confermato di non essere un semplice attore di disturbo ma una forza radicata, addestrata, capace di infliggere perdite e di reggere uno scontro prolungato. In questo contesto Israele sembra inseguire non tanto un’espansione territoriale lineare e definitiva, quanto il ripristino di una vecchia logica di sicurezza: creare zone cuscinetto, allontanare la minaccia dai confini, recuperare profondità strategica.
È una logica che rinvia a precedenti molto precisi. Nel 2000 Israele si ritirò dal Libano meridionale, abbandonando quella cintura di sicurezza che per anni aveva separato il suo territorio dalle milizie ostili. Nel 2005 lasciò anche Gaza settentrionale. Allora prevalse l’idea di cedere spazio per ottenere pace. Ma la pace non arrivò. E nella memoria strategica israeliana questo è diventato un precedente pesante: dove si è arretrato, la minaccia si è avvicinata. Da qui il tentativo, oggi, di tornare a occupare porzioni di territorio che funzionino da barriera. Lo stesso schema sembra agire anche in Siria, dove l’avanzata israeliana in profondità rivela un obiettivo che va oltre la rappresaglia immediata: costruire una difesa avanzata, fatta di terra controllata prima ancora che di deterrenza.
Tutto ciò però incontra il limite decisivo del rapporto con Washington. Israele combatte, ma senza il sostegno americano non avrebbe né il volume di munizioni né la copertura politica né le risorse economiche per sostenere una guerra lunga su più fronti. Da qui nasce la contraddizione: da un lato la sua esigenza di sicurezza, dall’altro l’interesse americano a chiudere almeno una parte della crisi, soprattutto quella che riguarda il Golfo Persico e il polmone energetico del pianeta.
La linea americana appare guidata da un doppio registro. Da un lato c’è il calcolo freddo: riportare sul mercato l’energia iraniana a condizioni favorevoli agli Stati Uniti, impedire che i grandi flussi petroliferi escano dall’orbita del dollaro, ricondurre il disordine regionale entro una forma di controllo economico e monetario. Dall’altro, però, c’è una conduzione sempre più personale, impulsiva, quasi viscerale della politica estera. Gli attacchi verbali contro partner, capi religiosi e alleati rivelano una leadership che tende a trasformare ogni divergenza in uno scontro personale. Il linguaggio non è più solo un mezzo: diventa sostanza politica, arma di pressione, strumento di intimidazione.
È qui che il fattore psicologico entra nella geopolitica. Dopo l’attentato subito in campagna elettorale, il comportamento del presidente americano sembra avere accentuato una dimensione quasi provvidenziale di sé. Non si tratta di fare psicologia spicciola, ma di registrare un dato politico: la convinzione di essere sopravvissuto per una missione superiore può tradursi in una lettura del potere in cui chi non si allinea diventa automaticamente un nemico. In questo quadro si spiegano anche le rotture improvvise con interlocutori che fino a poco prima erano considerati utili o persino privilegiati. Il risultato è una politica estera insieme lucida negli obiettivi materiali e caotica nelle forme.
Mentre lo sguardo del mondo si concentra sul Golfo e sul Levante, il fronte ucraino continua a bruciare risorse, uomini e attenzione. Non è più la guerra delle grandi manovre, ma quella dell’erosione continua. La Russia avanza poco, ma avanza. L’Ucraina resiste, colpisce nelle retrovie, prova a contenere. Intanto i bombardamenti colpiscono anche in profondità, compresa l’area di Kiev, e segnalano che il logoramento non riguarda solo la linea del fronte ma l’intero spazio nazionale.
Il dato più eloquente è la scarsità crescente. Mancano missili per la difesa aerea, perché gli arsenali occidentali sono sotto pressione e le guerre si sono moltiplicate. Ma cominciano a mancare anche gli uomini, se è vero che si chiede ai governi europei di favorire il ritorno degli ucraini rifugiati all’estero. Questa è la confessione più netta della fatica di Kiev: una guerra lunga consuma prima il morale, poi le riserve materiali, infine il capitale umano. E l’Europa si ritrova così schiacciata tra due crisi simultanee: da un lato il rischio energetico legato a Hormuz, dall’altro il prolungarsi di un conflitto che drena fondi, armamenti e stabilità politica.
A completare il quadro arriva la vicenda britannica, che a prima vista potrebbe sembrare un semplice scandalo politico ma in realtà racconta qualcosa di più profondo. La nomina di un ambasciatore a Washington nonostante il mancato superamento dei controlli di sicurezza più delicati apre una questione che investe non solo la trasparenza del governo, ma la tenuta stessa dell’apparato statale. Quando figure esposte a relazioni compromettenti, a vulnerabilità personali o a possibili ricatti riescono comunque ad accedere a incarichi sensibili, il problema non è soltanto morale. È strategico.
Il vero nodo sta nella crisi delle classi dirigenti occidentali. La politica continua a proclamare valori, regole, standard, ma poi tollera zone d’ombra sempre più pericolose proprio nei punti dove lo Stato dovrebbe essere più rigoroso. È lo stesso deterioramento che si intravede in altri teatri: leadership personalizzate, diplomazie nervose, apparati sotto pressione, opinioni pubbliche stanche, sistemi energetici vulnerabili. Le guerre, insomma, non stanno solo ridisegnando le mappe. Stanno mettendo a nudo la fragilità degli strumenti con cui l’Occidente pensava di governare il mondo.
Alla fine il quadro è questo: Iran, Libano, Siria, Ucraina, energia, moneta, sicurezza, crisi delle leadership. Tutto si tiene. La tregua non è pace, è solo un’interruzione provvisoria in una crisi che continua a spostarsi da un fronte all’altro. Israele cerca profondità difensiva, gli Stati Uniti cercano una via d’uscita onorevole e insieme il controllo del ritorno energetico iraniano, l’Europa paga il prezzo di entrambe le guerre, la Russia continua a logorare l’Ucraina, e le democrazie occidentali mostrano crepe sempre più visibili nelle loro classi dirigenti.
Il problema non è capire se la guerra sia finita. Il problema è che non è mai finita davvero. Ha solo cambiato forma, linguaggio e teatro. E quando una guerra smette di avere un fronte unico per trasformarsi in pressione simultanea su energia, moneta, istituzioni e territori, allora significa che il disordine non è più l’eccezione: è diventato il sistema.