
di Giuseppe Gagliano –
Il premier iracheno Mohammed Shia al-Sudani ha scelto di rientrare nel cuore del fronte politico sciita, l’alleanza filo-iraniana del Coordination Framework, nel tentativo di garantirsi un secondo mandato. Una mossa che rafforza numericamente il blocco, ora a quota 175 seggi, ma che non risolve la frattura interna su cui si gioca il futuro governo di Baghdad.
La coalizione di al-Sudani, Ricostruzione e Sviluppo, è uscita dalle urne come primo blocco, con 46 seggi. Ma la leadership del Coordination Framework non gli offre una corsia preferenziale. Anzi, dentro l’alleanza prende forma un fronte contrario alla sua riconferma. Molti dei gruppi armati, che in Iraq rappresentano ancora un elemento determinante dell’assetto di potere sciita, ritengono che il premier abbia accumulato troppo potere, squilibrando una distribuzione interna che lo aveva portato al governo due anni fa.
La contesa non nasce oggi. Secondo fonti irachene, la diffidenza verso al-Sudani si trascina da mesi, e si è acuita dopo le elezioni. In questo scenario, l’ingresso nella coalizione sciita è una mossa difensiva: utile a restare nel gioco, non a determinarne le regole.
Le accuse più pesanti arrivano dai leader più vicini a Teheran, da Nouri al-Maliki a Qais al-Khazali. A loro giudizio il premier sarebbe stato troppo aperto verso Washington nel gestire la questione delle armi delle milizie sciite. E soprattutto avrebbe coltivato rapporti politici ed economici con Paesi arabi e con la Turchia, riducendo la dipendenza dal tradizionale ombrello iraniano.
La posizione dell’Iran, però, non è ancora definita. Teheran osserva, attende, pesa i rapporti di forza: l’obiettivo è non perdere l’influenza sul quadro politico sciita, ma senza investire su un nome che possa indebolire la coesione interna del fronte.
Per questo, all’interno della coalizione prende corpo l’idea di un premier “tecnico”, meno legato ai partiti e più controllabile. Tra i candidati alternativi brilla il nome di Qasim al-Araji, consigliere per la sicurezza nazionale con ottimi rapporti con Teheran.
Come sempre in Iraq, la formazione del nuovo governo richiederà mesi. L’accordo dovrà riguardare non solo il premier, ma anche lo speaker del Parlamento, che spetta per convenzione a un sunnita, e il presidente della Repubblica, tradizionalmente un curdo.
Nel gioco tripolare tra sciiti, sunniti e curdi, l’unità del fronte sciita è la variabile decisiva. Una frattura interna darebbe più margini agli altri gruppi e soprattutto alle pressioni esterne: Stati Uniti, Iran, Paesi del Golfo e Turchia, tutti interessati alla forma che prenderà il nuovo esecutivo iracheno.
Durante il suo primo mandato, al-Sudani ha provato a rilanciare la ricostruzione, attrarre capitali e stabilizzare il settore energetico, ancora dominante nell’economia nazionale. Ma il Paese resta inserito in una rete di dipendenze incrociate: dall’Iran per l’energia, dagli Stati Uniti per il sistema bancario, dai vicini arabi per gli investimenti.
Il prossimo governo dovrà decidere se continuare su una linea di apertura equilibrata oppure tornare a un modello più rigidamente allineato a Teheran. Ogni scelta avrà ricadute strategiche, anche sul ruolo delle milizie, sul futuro della presenza americana e sul delicato rapporto tra Baghdad ed Erbil.
Il ritorno di al-Sudani nel fronte sciita non chiude la partita, la riapre. La sua candidatura è forte solo sulla carta. A decidere saranno le alleanze interne, la posizione di Teheran e il comportamento delle milizie, ancora padrone di ampie porzioni dell’apparato statale. La vera posta in gioco non è il nome del prossimo premier, ma la direzione dell’Iraq in un Medio Oriente attraversato da rivalità regionali e da un crescente confronto tra Stati Uniti e Iran.











