di Giuseppe Gagliano –
Il governo iracheno ha ordinato il rafforzamento delle difese aeree e innalzato al massimo il livello di allerta nelle basi militari dopo i bombardamenti condotti da Stati Uniti e Arabia Saudita contro postazioni delle Forze di Mobilitazione Popolare, nei quali sono rimasti uccisi combattenti iracheni e iraniani. L’episodio evidenzia le crescenti difficoltà di Baghdad nel controllare il proprio territorio e nel impedire che venga utilizzato come piattaforma militare dalle milizie vicine a Teheran.
Le Forze di Mobilitazione Popolare, nate per contrastare lo Stato Islamico e successivamente integrate nell’apparato statale, mantengono infatti strutture di comando autonome e, in alcuni casi, stretti legami con l’Iran. Il governo del primo ministro Ali al-Zaidi si è impegnato a riportare tutte le armi sotto il controllo dello Stato entro la fine di settembre, ma il disarmo delle fazioni più influenti rappresenta una sfida politica e militare che potrebbe alterare gli equilibri interni del Paese.
Il progressivo rafforzamento della cooperazione tra le milizie irachene e gli Houthi yemeniti conferma inoltre l’evoluzione dell’asse guidato da Teheran verso una rete sempre più integrata e coordinata. Dopo l’indebolimento della Siria e di Hezbollah, l’Iraq assume un ruolo strategico fondamentale grazie alla posizione geografica, alla vicinanza con l’Arabia Saudita e alla possibilità di proiettare capacità operative verso il Golfo, la Siria e la Giordania.
Anche l’Arabia Saudita ha modificato il proprio approccio. I recenti raid contro obiettivi situati in Iraq segnano il passaggio da una strategia esclusivamente difensiva a una postura più offensiva, finalizzata a neutralizzare le minacce prima che possano colpire le infrastrutture energetiche saudite. Una scelta che, tuttavia, aumenta il rischio di un coinvolgimento diretto del Regno nel confronto tra Stati Uniti e Iran.
Il conflitto conferma inoltre i limiti della strategia occidentale di deterrenza. Pur avendo colpito comandanti e infrastrutture delle milizie filoiraniane, gli attacchi statunitensi e israeliani non hanno eliminato la rete regionale costruita da Teheran, che continua a operare attraverso organizzazioni distribuite su più fronti e capaci di aumentare i costi militari ed economici per gli avversari.
Le conseguenze investono anche il piano economico. La percezione dell’Iraq come base operativa delle milizie filoiraniane rischia di compromettere gli investimenti esteri, la cooperazione con le monarchie del Golfo e la stabilità del settore energetico, dal quale dipende gran parte delle entrate del Paese.
Per Baghdad la priorità non è soltanto rafforzare le difese aeree, ma riaffermare il monopolio dell’uso della forza. Finché gruppi armati potranno condurre operazioni contro Stati Uniti o Arabia Saudita senza il controllo del governo, l’Iraq continuerà a essere esposto alle rappresaglie e a rischiare di trasformarsi nel principale campo di battaglia della competizione regionale tra Iran e monarchie del Golfo.












