Iraq. deserto delle basi segrete israeliane e la sovranità perduta

di Giuseppe Gagliano –

Le rivelazioni sulla presunta presenza di avamposti militari israeliani nel deserto iracheno aprono un nuovo capitolo nella guerra invisibile che attraversa il Medio Oriente e mostrano quanto la sovranità di Baghdad resti fragile e condizionata dalle grandi potenze regionali. Secondo ricostruzioni attribuite alla stampa americana e a fonti irachene, Israele avrebbe utilizzato strutture segrete sul territorio iracheno per sostenere le operazioni contro l’Iran durante il conflitto del 2025.
Non si tratterebbe soltanto di infrastrutture logistiche, ma di basi operative destinate a ridurre le distanze di volo verso l’Iran, garantire rifornimenti, assistenza tecnica e supporto tattico alle missioni israeliane. In pratica, una parte del territorio iracheno sarebbe stata trasformata in retrovia della guerra regionale tra Israele e Repubblica islamica.
L’aspetto più delicato riguarda il presunto ruolo degli Stati Uniti. Secondo le fonti citate, Washington sarebbe stata a conoscenza almeno di una di queste basi già dall’estate del 2025 e avrebbe evitato di informare pienamente le autorità irachene. Alcune ricostruzioni sostengono persino che gli Stati Uniti abbiano spinto Baghdad a disattivare sistemi radar, impedendo così all’Iraq di controllare completamente ciò che accadeva nel proprio spazio aereo e desertico.
Se confermato, il quadro rappresenterebbe una nuova dimostrazione della sovranità incompleta dell’Iraq dopo l’invasione americana del 2003. Baghdad possiede formalmente governo, esercito e istituzioni, ma continua a trovarsi stretta tra la presenza strategica degli Stati Uniti e la profonda influenza iraniana esercitata attraverso milizie sciite, reti politiche e apparati paralleli.
In questo spazio di fragilità si inserirebbe Israele, non come forza apertamente presente ma come attore clandestino capace di utilizzare il territorio iracheno per migliorare la propria profondità operativa contro Teheran. È la nuova forma della guerra mediorientale: basi non dichiarate, operazioni indirette, radar spenti, alleanze tacite e conflitti combattuti attraverso territori terzi.
La vicenda assume anche una forte dimensione simbolica attraverso il caso di Awad al-Shammari, il pastore iracheno che secondo le testimonianze locali avrebbe scoperto la presenza di militari stranieri nel deserto e tentato di segnalarla alle autorità. Secondo i racconti diffusi da residenti e familiari, l’uomo sarebbe stato inseguito e ucciso dopo aver documentato ciò che aveva visto. Se confermata, la sua morte rappresenterebbe il volto più brutale della guerra segreta: eliminare chiunque possa rendere visibile ciò che deve restare nascosto.
Dal punto di vista militare, l’interesse israeliano per il territorio iracheno appare evidente. L’Iraq rappresenta una piattaforma geografica ideale tra Israele e Iran, utile per accorciare le distanze operative e aumentare la flessibilità delle missioni aeree. Durante la guerra di dodici giorni del giugno 2025, queste strutture sarebbero state utilizzate con efficacia dalle forze israeliane.
Ma proprio questa strategia rischia di destabilizzare ulteriormente l’Iraq. Le milizie filo-iraniane potranno usare la vicenda per rafforzare la narrativa secondo cui Baghdad sarebbe ancora controllata indirettamente dall’asse americano-israeliano. L’Iran potrà presentarsi come difensore della sovranità irachena, mentre il governo centrale apparirà incapace di controllare pienamente il proprio territorio.
In questo quadro torna centrale il ruolo di Kataib Hezbollah, una delle principali milizie sciite irachene legate alla Forza Quds iraniana. Nata durante l’occupazione americana e rafforzatasi nella guerra contro lo Stato Islamico, la milizia continua a mantenere strutture operative autonome e stretti rapporti strategici con Teheran.
Le accuse statunitensi contro Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi, indicato come dirigente legato a Kataib Hezbollah e accusato di aver pianificato attentati contro obiettivi ebraici negli Stati Uniti e in Europa, mostrano inoltre come il conflitto mediorientale stia assumendo una dimensione sempre più transnazionale. La guerra tra Israele, Iran e reti filo-iraniane non resta confinata al Medio Oriente, ma si proietta anche nelle città occidentali attraverso operazioni clandestine, terrorismo e guerra psicologica.
L’instabilità irachena possiede infine un forte impatto economico. L’Iraq resta uno dei principali produttori petroliferi mondiali e ogni escalation sul suo territorio influisce direttamente sui mercati energetici, sugli investimenti stranieri e sulla sicurezza delle infrastrutture petrolifere. Se il Paese viene percepito come piattaforma della guerra contro l’Iran, aumenterà anche il rischio di attacchi contro oleodotti, terminali e interessi occidentali nella regione.
Per Stati Uniti e Israele, l’obiettivo strategico resta il contenimento dell’Iran e delle sue reti regionali. Ma l’uso dell’Iraq come spazio operativo rischia di produrre l’effetto opposto: rafforzare le milizie sciite, delegittimare il governo di Baghdad e alimentare il nazionalismo antiamericano.
La vicenda racconta meglio di molte dichiarazioni ufficiali il nuovo Medio Oriente delle guerre non dichiarate. Non più soltanto eserciti regolari e fronti riconoscibili, ma basi segrete, milizie semi-statali, droni, intelligence, operazioni coperte e territori formalmente sovrani usati come piattaforme di conflitto.
L’Iraq resta così il grande spazio conteso della regione: troppo importante per essere ignorato, troppo fragile per controllarsi pienamente, troppo attraversato da interessi esterni per poter esercitare una sovranità completa. Ed è proprio nel suo deserto che si vede oggi con maggiore chiarezza il nuovo disordine geopolitico del Medio Oriente.