di Giuseppe Gagliano –
L’avvertimento di Kataib Hezbollah, che promette una “guerra totale” in caso di attacco all’Iran, non è soltanto una dichiarazione militante. È un messaggio strategico. Il leader del gruppo, Abu Hussein al-Hamidawi, parla di preparazione alla guerra e descrive l’Iran come una roccaforte dell’orgoglio islamico, evocando una narrazione ideologica che trascende i confini iracheni e punta a mobilitare l’intero fronte sciita regionale.
Il linguaggio è apocalittico, ma la funzione è concreta: segnalare che un eventuale conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non resterebbe confinato a Teheran, ma si trasformerebbe in una crisi multilivello, capace di incendiare Iraq, Libano, Siria e Yemen.
L’“Asse della resistenza”, che include Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen e diverse milizie irachene, ha mostrato in passato una certa prudenza, evitando un coinvolgimento diretto durante le precedenti fasi di tensione con l’Iran. La novità è la promessa di un sostegno più esplicito e coordinato.
Questa evoluzione risponde a un’esigenza di credibilità. Dopo aver lasciato Teheran relativamente isolata durante gli attacchi precedenti, le milizie filo-iraniane cercano ora di dimostrare che la deterrenza non è solo retorica, ma capacità reale di risposta collettiva.
Kataib Hezbollah è uno dei pilastri delle Forze di mobilitazione popolare, formalmente integrate nell’apparato di sicurezza iracheno. Questa integrazione crea un’ambiguità strutturale: milizie con legami diretti con Teheran operano dentro un sistema statale che, ufficialmente, dovrebbe mantenere una posizione di equilibrio tra Iran e Stati Uniti.
Washington continua a mantenere circa 2.500 soldati in Iraq, giustificandone la presenza con la lotta residua contro lo Stato Islamico. Tuttavia, per i gruppi sciiti, la presenza americana resta una forma di occupazione mascherata, destinata a diventare bersaglio privilegiato in caso di escalation.
La telefonata tra il segretario di Stato Marco Rubio e il primo ministro iracheno al-Sudani rivela il tentativo americano di allontanare Baghdad dall’orbita iraniana. Il messaggio è chiaro: un Iraq percepito come controllato da Teheran non può essere un partner affidabile per Washington né un fattore di stabilità regionale.
Parallelamente, gli Stati Uniti rafforzano la loro postura militare nel Medio Oriente, con il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln e altre unità navali. È una dimostrazione di forza che serve a due scopi: dissuadere Teheran e rassicurare gli alleati regionali, ma che rischia di essere interpretata come preludio a un intervento.
Dal punto di vista militare, l’accumulo di asset nel Golfo Persico indica una strategia di deterrenza avanzata. La presenza di una portaerei consente proiezione aerea, capacità di risposta rapida e pressione psicologica sull’avversario.
Il rischio è quello di una spirale di reazioni. Ogni rafforzamento americano spinge l’Iran e i suoi alleati a preparare contromisure asimmetriche: attacchi contro basi, sabotaggi, azioni navali, pressione sulle rotte energetiche. Il conflitto, se innescato, difficilmente resterebbe convenzionale e localizzato.
Un’escalation tra Stati Uniti e Iran avrebbe un impatto diretto sui mercati energetici. Il Golfo Persico resta uno snodo vitale per il petrolio e il gas globali, e qualsiasi interruzione delle rotte marittime provocherebbe shock sui prezzi, con ricadute sull’inflazione e sulla stabilità delle economie importatrici.
Sul piano geoeconomico, la crisi rafforzerebbe il ruolo di attori come Russia e Cina, già pronti a presentarsi come mediatori alternativi e a sfruttare il disordine occidentale per consolidare le proprie reti energetiche e commerciali.
La crisi evidenzia una trasformazione dell’equilibrio regionale. Gli Stati Uniti tentano di mantenere la centralità strategica in Medio Oriente, ma si confrontano con un ambiente più frammentato, in cui potenze regionali e milizie non statali giocano un ruolo crescente.
L’Iran, sotto pressione, utilizza l’Asse della resistenza come strumento di proiezione indiretta del potere, mentre Russia e Cina invitano alla moderazione, posizionandosi come contrappeso diplomatico all’unilateralismo occidentale.
L’avvertimento di Kataib Hezbollah segnala che la prossima crisi potrebbe non assumere la forma di una guerra dichiarata, ma di un conflitto diffuso, combattuto attraverso milizie, sabotaggi, pressione economica e guerra dell’informazione.
In questo scenario, l’Iraq rischia di tornare a essere un campo di battaglia per interessi esterni, mentre l’intero Medio Oriente si avvicina a una nuova fase di instabilità cronica, in cui ogni incidente può diventare il detonatore di un confronto più ampio e imprevedibile.












