Iraq. La leadership sciita blocca il mandato di al-Sudani

di Giuseppe Gagliano –

La leadership sciita ha bloccato il secondo mandato di Mohammed Shiaa al-Sudani, eletto lo scorso 11 novembre, confermando così i limiti strutturali del sistema politico iracheno. Nonostante una fase di relativa stabilità e un consenso elettorale significativo, la leadership sciita ha scelto di privilegiare gli equilibri interni del quadro di coordinamento rispetto alla continuità di un premier percepito come potenzialmente troppo autonomo.
La logica è difensiva. Un secondo mandato avrebbe potuto trasformare al-Sudani in un centro di potere indipendente, capace di sottrarsi al meccanismo di consenso che regola i rapporti all’interno del blocco sciita dal 2003. Il precedente di Nouri al-Maliki resta un monito: la concentrazione del potere esecutivo, l’indebolimento dei partner politici e l’alterazione degli equilibri di governo sono ancora oggi elementi che orientano le scelte dell’élite sciita. Per questo il modello preferito rimane quello di un primo ministro inteso come amministratore, un “direttore generale” chiamato ad applicare decisioni collettive, non a costruire una propria leadership politica.
Questa dinamica rivela una verità più ampia. La democrazia irachena continua a funzionare secondo logiche settarie e di spartizione del potere, più che attraverso programmi nazionali trasversali. Il voto conta, ma solo finché non mette in discussione l’architettura interna dei blocchi dominanti. La legittimazione popolare resta subordinata alla coesione delle élite.
Sul versante opposto, sunniti e curdi appaiono strutturalmente indeboliti. I sunniti, frammentati e privi di una leadership unitaria, faticano a incidere nel processo di formazione del governo, nonostante una convergenza formale con gli sciiti sulla mancata riconferma del premier. I curdi restano divisi tra le principali forze politiche, limitando la loro capacità negoziale a Baghdad e confermandosi attori reattivi più che propositivi.
A crescere è invece il distacco dell’opinione pubblica. Molti iracheni percepiscono le elezioni come strumenti di riproduzione dell’élite, non come meccanismi di responsabilità. Il ricordo delle proteste del 2019, represse con la forza, e il fallimento dell’esperienza dei candidati indipendenti eletti nel 2021 alimentano soprattutto tra i giovani la convinzione che il cambiamento per via istituzionale sia sostanzialmente bloccato.
Il peso delle milizie resta un ulteriore fattore di instabilità latente. I partiti legati a gruppi armati hanno rafforzato la loro presenza parlamentare, integrando la forza militare dentro le istituzioni. Il prossimo primo ministro dovrà muoversi in un equilibrio delicato: garantire la stabilità senza lasciare che il potere politico ed economico delle milizie diventi incontrastato, spesso in connessione con interessi esterni, in particolare iraniani.
La chiusura della missione politica dell’ONU segna infine un passaggio simbolico. L’Iraq rivendica una piena sovranità e una ritrovata normalità istituzionale, ma la realtà è quella di un sistema ancora rigidamente controllato dall’alto. L’influenza esterna non è scomparsa, si è semplicemente trasformata, tra il necessario rapporto con Washington e il legame strutturale con Teheran.
La stabilità irachena esiste, ma è di tipo gestionale, non trasformativo. Il sistema regge non perché abbia risolto le sue contraddizioni, ma perché è costruito per impedire che il cambiamento diventi davvero possibile.