di Giuseppe Gagliano –
L’annuncio di alcune delle principali milizie sciite filoiraniane di voler consegnare le armi allo Stato iracheno apre una fase potenzialmente decisiva per il futuro del Paese. Asaib Ahl al-Haq e le Brigate Imam Ali hanno dichiarato la disponibilità a trasferire il controllo dei propri arsenali alle autorità di Baghdad, in quello che appare come un tentativo di rafforzare il monopolio statale della forza e ridurre il peso dei poteri armati paralleli.
Dopo anni in cui le Forze di Mobilitazione Popolare hanno rappresentato un elemento centrale nella lotta contro lo Stato islamico, ma anche uno strumento dell’influenza iraniana, il governo guidato da Ali al-Zaidi punta a riaffermare la sovranità delle istituzioni. Tuttavia, il disarmo delle milizie non implica necessariamente la rinuncia al potere. Molti gruppi potrebbero infatti trasferire la propria influenza dagli apparati militari a quelli politici, amministrativi ed economici.
Anche la scelta di Muqtada al-Sadr di orientare Saraya al-Salam verso una maggiore integrazione nelle istituzioni riflette il mutato contesto regionale, nel quale il tradizionale modello della milizia armata appare sempre meno sostenibile sul piano politico.
La pressione degli Stati Uniti rappresenta uno dei fattori chiave di questa evoluzione. Washington considera il ridimensionamento delle milizie legate a Teheran una condizione essenziale per il rafforzamento dello Stato iracheno e per limitare l’influenza iraniana in un Paese strategico per energia, commercio e sicurezza regionale.
A incidere sugli equilibri è anche la trasformazione del sistema di potere iraniano dopo la morte di Ali Khamenei. Il nuovo assetto guidato da Mojtaba Khamenei e dai Guardiani della Rivoluzione sembra aver indebolito il tradizionale rapporto tra Teheran e le milizie sciite irachene, favorendo divisioni interne tra i gruppi disposti a integrarsi nello Stato e quelli che continuano a opporsi a qualsiasi disarmo.
Resta però aperto il principale interrogativo: se si tratti di un autentico processo di smobilitazione o di una semplice riorganizzazione del potere armato. Il governo dovrà verificare l’effettiva consegna degli arsenali, controllare le catene di comando e impedire che le milizie mantengano strutture parallele sotto una veste istituzionale.
Se il processo avrà successo, l’Iraq potrebbe rafforzare la propria stabilità, attrarre investimenti e ridurre il peso dell’economia informale e delle reti di contrabbando. In caso contrario, il Paese rischia di entrare in una nuova fase di competizione sotterranea tra fazioni sciite, apparati di sicurezza e potenze straniere.
La partita che si gioca oggi in Iraq va ben oltre la consegna delle armi. In gioco vi sono la sovranità dello Stato, il futuro dell’influenza iraniana nella regione e la capacità di Baghdad di uscire definitivamente dalla condizione di Paese conteso tra interessi esterni e poteri armati interni.












