di Giuseppe Gagliano –
Il comandante della Forza Quds iraniana Esmail Qaani è arrivato a Baghdad mentre il governo iracheno tenta di ricondurre sotto il controllo dello Stato le fazioni armate filoiraniane e, contemporaneamente, di proteggere le esportazioni petrolifere minacciate dalla crisi nello Stretto di Hormuz. Una missione che si inserisce in una delle fasi più delicate dei rapporti tra Iraq e Iran.
Baghdad ha fissato al 30 settembre il termine per riportare le armi sotto il controllo delle istituzioni. La Coalizione per l’Amministrazione Statale, che comprende le principali forze politiche sciite, ha avvertito che le organizzazioni operanti fuori dalle strutture ufficiali saranno perseguite. Kataib Hezbollah, Harakat al Nujaba e Kataib Sayyid al Shuhada si oppongono tuttavia al disarmo, sostenendo che la propria presenza militare sia necessaria finché forze straniere resteranno nel Paese.
La questione rappresenta una prova per la sovranità irachena. Le fazioni dispongono di migliaia di combattenti, missili, velivoli senza pilota, risorse economiche e influenza politica, mentre un tentativo di disarmo forzato potrebbe provocare uno scontro interno. Al tempo stesso, la loro capacità di condurre autonomamente operazioni contro obiettivi stranieri espone l’intero Iraq al rischio di rappresaglie.
La visita di Qaani potrebbe servire a favorire un compromesso ed evitare che la scadenza di settembre provochi una crisi nel campo sciita. Una possibile soluzione potrebbe prevedere l’integrazione almeno formale di alcune formazioni nelle strutture statali, lasciando però irrisolta la questione del controllo effettivo dei loro apparati militari. Per Teheran, preservare queste organizzazioni significa mantenere uno dei principali strumenti della propria influenza regionale.
Le milizie giustificano inoltre il mantenimento delle armi con le carenze delle forze irachene, soprattutto nella difesa aerea e nella capacità di contrastare attacchi a distanza. La presenza di più centri decisionali armati rischia però di trascinare Baghdad in conflitti non decisi dal governo centrale, in particolare nel confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele.
Alla questione militare si aggiunge quella economica. L’Iraq dipende fortemente dalle esportazioni di greggio e gran parte delle sue vendite passa attraverso Hormuz. Le restrizioni alla navigazione introdotte dall’Iran dopo gli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio avevano inizialmente ridotto le esportazioni irachene a circa 800mila barili al giorno. Teheran ha successivamente concesso un’esenzione alle petroliere irachene, ma il traffico resta esposto alle conseguenze della guerra e a nuove possibili limitazioni.
Per Baghdad una riduzione prolungata delle esportazioni significherebbe minori entrate pubbliche e crescenti difficoltà nel finanziare stipendi, pensioni e investimenti. L’Iraq si trova così nella posizione di dover ridurre l’influenza militare iraniana sul proprio territorio mentre continua a dipendere da condizioni regionali sulle quali Teheran esercita un peso determinante.
La situazione è aggravata dalle operazioni statunitensi contro il traffico marittimo diretto verso l’Iran e dagli attacchi degli Houthi nell’area di Bab al Mandeb. Hormuz e il Mar Rosso sono diventati due punti critici per la sicurezza energetica e commerciale, con conseguenze sui costi assicurativi, sui trasporti e sulle forniture internazionali di petrolio.
La missione di Qaani assume quindi un significato che supera i rapporti tra Teheran e le fazioni irachene. Baghdad tenta di preservare contemporaneamente le relazioni con Iran, Stati Uniti e Paesi arabi, evitando che il territorio nazionale diventi un ulteriore fronte della guerra regionale. Il risultato della visita sarà misurabile soprattutto nel comportamento delle milizie e nella capacità del governo iracheno di affrontare la scadenza del 30 settembre senza trasformare la disputa sul controllo delle armi in una nuova crisi interna.


