di Giuseppe Gagliano –
L’Iraq torna a confrontarsi con le proprie fragilità interne dopo che il Servizio di sicurezza nazionale ha annunciato di aver sventato un piano per assassinare il direttore dell’agenzia, Abdul Karim al-Basri, e altri alti funzionari dell’apparato di sicurezza. L’operazione, resa nota il 12 giugno, è stata condotta attraverso attività di sorveglianza, infiltrazione e controspionaggio che hanno consentito di neutralizzare la cellula prima dell’avvio della fase operativa.
Secondo le autorità irachene, gli indagati sarebbero collegati alla cosiddetta Raccolta Nazionale Irachena per la Liberazione e il Cambiamento, organizzazione indicata come struttura di copertura del Partito Baath, messo al bando dopo la caduta di Saddam Hussein. Le indagini avrebbero accertato l’esistenza di obiettivi già individuati, ruoli assegnati e disponibilità di armi per portare a termine gli attentati.
Tra i bersagli figuravano il direttore del Servizio di sicurezza nazionale, il portavoce dell’agenzia, il responsabile della sicurezza di Baghdad e altri ufficiali di alto livello. Un attacco contro queste figure avrebbe colpito direttamente il cuore dell’apparato statale, con pesanti conseguenze politiche e simboliche.
L’episodio si inserisce in una fase particolarmente delicata per il governo del primo ministro Ali al-Zaidi, impegnato nel tentativo di rafforzare il controllo dello Stato sulle armi e di limitare il peso delle numerose milizie che operano nel Paese. Baghdad punta infatti a riaffermare il monopolio della forza pubblica in vista della conclusione della missione statunitense contro lo Stato islamico e di una più ampia riorganizzazione del sistema di sicurezza nazionale.
Il percorso, tuttavia, appare complesso. In Iraq convivono esercito, forze di polizia, servizi di intelligence, milizie sciite filoiraniane, gruppi armati locali e reti criminali che continuano a esercitare una significativa influenza politica e militare. Alcune formazioni hanno dichiarato disponibilità a discutere il disarmo, ma i progressi concreti restano limitati.
La centralità del tema è stata confermata anche dall’incontro istituzionale del 10 giugno tra il presidente Nizar Amidi, il primo ministro al-Zaidi, il presidente del Parlamento Mahmoud al-Mashhadani e il presidente del Consiglio supremo della magistratura Faiq Zaidan. La questione delle armi fuori dal controllo statale è ormai considerata uno dei principali ostacoli al consolidamento delle istituzioni irachene.
Il dossier assume inoltre una rilevanza regionale. L’Iraq continua a trovarsi al centro della competizione tra Stati Uniti e Iran. Per Washington, un governo capace di limitare l’autonomia delle milizie filoiraniane rappresenterebbe un partner più affidabile. Per Teheran, invece, tali gruppi restano uno strumento importante di influenza strategica nella regione.
A rendere il quadro ancora più instabile contribuisce l’attacco con droni dell’11 giugno contro un deposito di grano a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Pur in assenza di rivendicazioni ufficiali, l’episodio ha evidenziato la vulnerabilità delle infrastrutture civili e logistiche del Paese. Colpire una struttura legata alla sicurezza alimentare significa infatti incidere non solo sull’economia, ma anche sulla stabilità sociale.
Le difficoltà sul piano della sicurezza rischiano inoltre di compromettere gli sforzi del governo per attrarre investimenti esteri e rilanciare l’economia. Pur disponendo di enormi risorse energetiche e di una posizione geografica strategica tra Golfo, Levante e Turchia, l’Iraq continua a essere percepito come un mercato ad alto rischio a causa dell’instabilità politica e della presenza di gruppi armati indipendenti.
Il complotto contro al-Basri appare quindi come un episodio che va oltre la semplice cronaca giudiziaria. Rappresenta una nuova manifestazione della lotta per il controllo dello Stato iracheno, in un contesto in cui vecchie reti baathiste, milizie armate e influenze regionali continuano a contendere alle istituzioni il monopolio della forza. Per Baghdad, la sfida resta la stessa da oltre vent’anni: trasformare una sovranità formale in un’autorità effettiva sul territorio nazionale.












