Iraq. Trump ordina il ritiro completo delle forze Usa (non dal Kurdistan)

di Giuseppe Gagliano

L’annuncio del ritiro “totale” delle forze statunitensi dal territorio federale iracheno chiude un capitolo lungo e traumatico, ma non equivale a un’uscita degli Stati Uniti dall’Iraq né, soprattutto, dalla partita mediorientale. Il punto chiave sta nella formula: ritiro dal territorio federale, non dall’intero Paese. Le truppe americane restano infatti nella regione semiautonoma del Kurdistan, con il perno della base di Harir, nell’area di Erbil. È una distinzione politica prima ancora che militare. A Baghdad consente di rivendicare sovranità ritrovata e di rispondere a una pressione interna che da anni chiede la fine della presenza straniera. A Washington permette di mantenere un piede sul terreno, in un’area più affidabile e meno esposta alle turbolenze del centro-sud iracheno.
Dal lato iracheno, il ritiro ha un obiettivo dichiarato e uno implicito. Quello dichiarato è riaffermare la capacità delle forze armate di garantire la sicurezza. Quello implicito è togliere alle milizie filo-iraniane l’argomento più efficace: “ci armiamo perché ci sono gli americani”. Se la presenza militare USA nel cuore del Paese viene meno, Baghdad spera di rafforzare la propria posizione nei negoziati sul disarmo, sull’integrazione o almeno sul contenimento di gruppi armati non statali che negli ultimi anni hanno consolidato potere e autonomia.
È un calcolo rischioso. Perché la minaccia dello Stato Islamico non è scomparsa e le operazioni della coalizione continuano in Siria. Lo stesso governo iracheno lascia aperta la possibilità di cooperazione futura su addestramento, acquisizioni, esercitazioni e coordinamento operativo, e non esclude operazioni congiunte se necessario. Tradotto: sovranità proclamata, ma dipendenza funzionale ancora presente, anche se spostata su binari più discreti.
Dal lato americano, il ritiro da basi simboliche come al-Asad non va letto come resa, ma come riconfigurazione. La missione era già stata ridotta a compiti di consulenza e assistenza; ora cambia soprattutto il segnale politico. In un contesto di attacchi ricorrenti contro le installazioni USA da parte di milizie legate a Teheran, Washington preferisce un’impronta più leggera, meno vulnerabile e più modulabile. Kurdistan e basi selezionate offrono accesso e continuità operativa, riducendo però il costo politico e il rischio di escalation.
Resta il nodo centrale: che cosa succede adesso dentro l’Iraq. Se le milizie rifiuteranno comunque il disarmo, la scommessa di Baghdad fallirà e la narrativa della “piena sovranità” si svuoterà rapidamente. Se la sicurezza peggiorerà, l’argomento del ritiro si trasformerà in boomerang. E se Baghdad non riuscirà a bilanciare il rapporto con Washington e Teheran, il Paese continuerà a essere un terreno di competizione per procura più che un attore capace di stabilizzare se stesso.
In sintesi, il ritiro dal territorio federale è meno una conclusione che una prova: prova della tenuta delle istituzioni irachene, della capacità di ricondurre le armi sotto il controllo dello Stato, e della possibilità di esercitare sovranità senza scivolare nell’isolamento. Il fronte militare può anche arretrare, ma l’equilibrio politico resta fragile.