Islam in Russia e Asia Centrale: “Strumentalizzazione” vs “Limitazione”

di Giuliano Bifolchi *

English (SpecialEurasia)

Questo rapporto esamina le strategie statali divergenti riguardo all’Islam in Russia e in Asia Centrale, in particolare la “strumentalizzazione” dell’identità religiosa per l’espansione geopolitica e la “limitazione” sistematica della fede per garantire la stabilità autocratica interna.
Mosca sfrutta le istituzioni islamiche per aggirare le sanzioni economiche occidentali ed estendere la propria influenza nel sud globale. Allo stesso tempo, i governi dell’Asia Centrale, in particolare quelli di Dušanbe e Astana, hanno intensificato i vincoli legali sulle pratiche religiose per contrastare i pericoli percepiti per i loro sistemi secolari-autoritari.

Requisiti Informativi (IR):

– In che modo la Russia e le repubbliche dell’Asia Centrale distinguono tra Islam “tradizionale” e “straniero” per regolare la vita pubblica?

– In che misura l’Islam viene utilizzato come ponte diplomatico ed economico verso il Medio Oriente e il Sud globale?

– In che modo gli attacchi violenti (ad esempio Crocus City Hall, attività dell’ISKP) ridefiniscono le relazioni tra Stato e Ummah e i quadri legislativi?

La resilienza contro le pressioni coloniali e ideologiche esterne ha definito la traiettoria storica dell’Islam nello spazio post-sovietico. Dalle conquiste arabe del VII secolo in Transoxiana fino all’adozione dell’Islam nel 922 d.C. da parte dei Bulgari del Volga, la religione è stata indissolubilmente legata all’identità locale e alla resistenza.
Durante il periodo zarista, l’Islam e l’adat (diritto consuetudinario) costituirono le basi legali e sociali delle guerre muride (1829-1859) nel Caucaso settentrionale, dando origine a figure iconiche come l’Imam Shamil e influenzando la letteratura russa, come dimostra il romanzo Hadji Murat di Lev Tolstoj, che continua ancora oggi a plasmare la società locale e russa.
Il periodo sovietico (1917–1991) tentò di sostituire religione e tradizione culturale con l’ideale dell’“homo sovieticus”, relegando la fede alla sfera privata attraverso la distruzione delle moschee e la creazione di “Muftiati ufficiali” progettati per mantenere il clero fedele al Partito Comunista. Nonostante ciò, un “Islam parallelo” sopravvisse attraverso organizzazioni sufi clandestine e pratiche ancestrali, preparando il terreno per la significativa “rinascita” religiosa emersa dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991.
Attualmente la popolazione musulmana rappresenta un fattore demografico e politico cruciale in tutta la regione. La Federazione Russa ospita circa 15-20 milioni di musulmani, concentrati nel Caucaso settentrionale, nella regione Volga-Urali (Tatarstan e Bashkortostan) e nei grandi centri urbani come Mosca.
In Asia Centrale la predominanza demografica è assoluta: l’Uzbekistan conta circa 32-33 milioni di musulmani, il Kazakistan oltre 13 milioni, il Tagikistan circa 9 milioni, il Kirghizistan 5-5,5 milioni e il Turkmenistan 5,5 milioni. Queste popolazioni non sono più passive, a causa della crescente integrazione nei discorsi islamici globali, che ha costretto gli Stati a passare dalla mera repressione a strategie più sofisticate di “gestione” e “strumentalizzazione”.
I recenti cambiamenti legislativi riflettono questi sviluppi negli atteggiamenti statali. In Russia, il Cremlino si è mosso per formalizzare l’integrazione economica islamica attraverso la legge federale sulla finanza islamica, entrata nella sua seconda fase di attuazione pilota all’inizio del 2026 in quattro repubbliche a maggioranza musulmana.
Al contrario, gli Stati dell’Asia Centrale hanno adottato una postura difensiva. La legge n. 2048 del Tagikistan, emanata nel giugno 2024, ha di fatto vietato l’uso pubblico e in ambito educativo di abiti religiosi “stranieri”, citando specificamente l’hijab e definendolo dannoso per la cultura nazionale. In Kazakistan, le modifiche del 2025 alla legge sulle attività religiose hanno inasprito i requisiti di registrazione per missionari e istruzione religiosa, garantendo che qualsiasi attività islamica rimanga strettamente sotto il controllo dell’Amministrazione Spirituale dei Musulmani (SAMK).

IR 1: Comportamento degli Stati e la dicotomia “tradizionalista”.
I governi della Russia e dell’Asia centrale hanno abilmente utilizzato una dicotomia tra “tradizionale” e “non tradizionale” per controllare la ummah musulmana (comunità).
Nella Federazione Russa, il Cremlino promuove un “Islam ufficiale tradizionale” che è dimostrabilmente leale, patriottico e storicamente intrecciato con il quadro imperiale. Rafforzando specifici muftiati, come l’Amministrazione Spirituale dei Musulmani della Federazione Russa (DUMRF), il Cremlino crea un monopolio sull’interpretazione “corretta”.
Ciò consente allo Stato di “strumentalizzare” la religione. Ad esempio, figure musulmane di rilievo e leader regionali, come Ramzan Kadyrov, hanno definito il conflitto in Ucraina una “Guerra Santa” (jihad). Questa narrazione fornisce una giustificazione religiosa alla cosiddetta “operazione militare speciale” del Cremlino, facendo leva sui segmenti più conservatori della popolazione.
In Asia centrale gli Stati tendono a limitare o standardizzare l’Islam e l’organizzazione dei musulmani. Le autorità in Tagikistan e Uzbekistan percepiscono qualsiasi espressione islamica non ufficialmente approvata dallo Stato come una via diretta alla radicalizzazione e una minaccia alla legittimità del potere. Questo porta a una sorta di “militanza secolarista”, in cui lo Stato stabilisce la lunghezza delle barbe, il contenuto dei sermoni del venerdì e persino i nomi che i genitori possono dare ai figli.
Limitando o controllando la presenza pubblica dell’Islam, questi governi mirano a impedire lo sviluppo di un Islam politico capace di mobilitare la popolazione contro le difficoltà economiche e la mancanza di scelta politica. Si crea così un “monopolio statale sulla fede”, simile al sistema sovietico ma rafforzato da moderne capacità di sorveglianza.

IR 2: Leva strategica nella politica estera e interna.
L’Islam è diventato una leva fondamentale per il “Pivot to the East” e il “Pivot to the South” della Russia. Di fronte alle sanzioni occidentali, Mosca ha sfruttato il proprio status di membro osservatore dell’OIC per presentarsi come un “alleato civilizzazionale” delle nazioni musulmane.
Il KazanForum, organizzato annualmente e focalizzato sulle relazioni tra Russia e mondo islamico, è passato da semplice fiera commerciale regionale a un importante hub diplomatico per i negoziati sulla produzione petrolifera con l’OPEC+ e per attrarre investimenti da paesi non occidentali.
A livello interno, questa “strumentalizzazione” serve a stabilizzare le repubbliche musulmane della Russia, concedendo una certa “autonomia islamica” e opportunità economiche in cambio di piena lealtà politica al Cremlino.
Le repubbliche dell’Asia centrale utilizzano l’Islam come strumento diplomatico “multivettoriale” per bilanciare l’influenza di Russia, Cina e Occidente. Pur limitandolo a livello interno, lo sfruttano all’estero per ottenere finanziamenti dalla Banca Islamica di Sviluppo e dalle monarchie del Golfo.
Ad esempio l’Uzbekistan ha valorizzato i siti storici di Samarcanda e Bukhara per presentarsi come il “centro della civiltà islamica”, attirando miliardi di investimenti da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per infrastrutture e turismo “halal”.
Tuttavia ciò genera una tensione: gli Stati devono accogliere i capitali del Golfo mentre cercano di contenere le ideologie religiose più conservatrici che spesso li accompagnano, creando un delicato equilibrio tra interessi economici e sicurezza del regime.

IR 3: Minacce alla sicurezza e conseguenze sulla governance.
La minaccia del terrorismo rappresenta la principale giustificazione per le strategie statali di “limitazione” e “strumentalizzazione”. Il Cremlino si è trovato in difficoltà dopo l’attacco al Crocus City Hall nel marzo 2024, compiuto dallo Stato Islamico Wilayat Khorasan (ISKP).
Nonostante inizialmente abbia attribuito la responsabilità all’Ucraina e all’Occidente per sostenere la propria narrativa geopolitica, il Cremlino ha contemporaneamente intensificato la repressione dei migranti centroasiatici. Queste azioni hanno portato all’introduzione di controlli biometrici più severi e a un aumento della sorveglianza delle moschee. In questo contesto, il terrorismo diventa uno strumento per identificare i musulmani “inaffidabili” ed eliminare coloro che divergono dall’interpretazione ufficiale dell’Islam.
In Tagikistan, il governo centrale ha utilizzato lo “spettro dei Talebani” e le attività dell’ISKP come pretesto per eliminare l’opposizione politica. La designazione del Partito della Rinascita Islamica (IRPT) come organizzazione terroristica da parte del presidente Emomali Rahmon ha portato alla criminalizzazione di ogni forma di Islam politico. Questa strategia di “limitazione” è arrivata, tra il 2025 e il 2026, al punto di classificare come cellule terroristiche anche i gruppi di studio religioso privati.
Il risultato è una profezia che si auto avvera: eliminando i canali legali di espressione religiosa e politica, lo Stato spinge involontariamente i moderati verso l’estremismo, giustificando ulteriori repressioni e restrizioni per mantenere il potere.

Indicatori da monitorare.

– Il successo del progetto pilota di finanza islamica in Russia entro il 2028 come indicatore di integrazione finanziaria non occidentale.

– Partecipanti, dichiarazioni e sviluppi economici del KazanForum 2026 (12–17 maggio 2026).

– La possibilità che le restrizioni religiose del Kazakistan vengano replicate in Kirghizistan, segnalando un passaggio regionale verso un “secolarismo duro”.

– Il rapporto tra investimenti sauditi/emiratini nelle infrastrutture centroasiatiche e l’apertura di nuove scuole religiose (madrasah).

– L’aumento della propaganda dell’ISKP rivolta alle diaspore centroasiatiche in Russia.

– Il grado in cui i muftì russi continuano a emettere fatwa a sostegno degli obiettivi militari dello Stato.

Prospettive.
L’Islam continuerà a essere una delle forze socio-politiche più rilevanti nello spazio post-sovietico, fungendo sia da strumento di “strumentalizzazione” geopolitica russa sia da oggetto di “limitazione” da parte degli Stati centroasiatici.
Sul piano economico, la dipendenza della regione dalla finanza islamica e dalle alleanze con il Golfo aumenterà per compensare le pressioni occidentali, anche se il sostegno del GCC dipenderà dalle dinamiche della guerra in Medio Oriente. Ciò comporta inevitabilmente una maggiore influenza ideologica proveniente dal Golfo.
La persistente minaccia del radicalismo continuerà a essere utilizzata dai regimi autoritari, in particolare in Tagikistan, per reprimere il dissenso e garantire che l’unica forma di Islam consentita sia quella controllata dallo Stato. Tuttavia questo approccio potrebbe alimentare frustrazione e malcontento tra le popolazioni centroasiatiche, creando terreno fertile per il reclutamento jihadista e aumentando l’instabilità geopolitica nella regione.

* Articolo in mediapartnership con SpecialEurasia.