di Giuseppe Gagliano –
L’elezione di Matthew Wale a primo ministro delle Isole Salomone trasforma ancora una volta il piccolo arcipelago del Pacifico in uno dei punti più sensibili della competizione strategica tra Cina, Australia e Stati Uniti. Con 26 voti contro 22, il Parlamento di Honiara ha rovesciato il governo di Jeremiah Manele dopo settimane di crisi politica interna, ma il significato del cambio di leadership va ben oltre gli equilibri parlamentari locali.
Da anni le Isole Salomone sono al centro della crescente rivalità tra Pechino e l’Occidente per il controllo politico, economico e strategico del Pacifico meridionale. L’accordo di sicurezza firmato con la Cina nel 2022 aveva allarmato Australia e Stati Uniti, che lo interpretarono come il possibile ingresso stabile di Pechino in un’area storicamente considerata parte della sfera di sicurezza australiana.
Wale, in passato tra i critici più duri dell’intesa con la Cina, ha progressivamente moderato le proprie posizioni. Negli ultimi anni ha riconosciuto il peso economico cinese, visitato Pechino e confermato il sostegno al principio di una sola Cina. Un segnale della difficoltà, anche per i dirigenti più vicini a Canberra, di prendere le distanze da un partner ormai centrale per investimenti e sviluppo.
L’Australia ha accolto con favore la sua elezione. Il premier Anthony Albanese ha parlato immediatamente di cooperazione economica e sicurezza, nel tentativo di riportare Canberra al centro della scena regionale dopo l’espansione dell’influenza cinese. Nel 2024 l’Australia aveva già destinato oltre 100 milioni di dollari al rafforzamento della polizia salomonese, consolidando il proprio ruolo di principale partner di sicurezza dell’arcipelago.
Ma la presenza cinese appare ormai radicata. Pechino continua a rafforzare la propria influenza attraverso infrastrutture, credito, cooperazione tecnica, commercio e progetti di sviluppo. Più che con la forza militare tradizionale, la Cina costruisce la propria presenza attraverso reti economiche e dipendenze finanziarie che rendono difficile per molti piccoli Stati del Pacifico rinunciare al sostegno cinese.
Dal punto di vista strategico, la posta in gioco riguarda la profondità difensiva dell’Australia e la libertà operativa americana nel Pacifico. Anche senza una vera base militare, accordi logistici, porti finanziati da Pechino, cooperazione di polizia e infrastrutture di comunicazione potrebbero modificare gli equilibri regionali e aumentare la capacità di presenza cinese nell’oceano Pacifico.
Per le Isole Salomone la questione è soprattutto economica. Il Paese resta fortemente dipendente dagli aiuti esterni, dagli investimenti stranieri e dalle esportazioni di risorse naturali. Wale dovrà quindi gestire un difficile equilibrio tra la sicurezza garantita da Australia e Stati Uniti e il peso economico crescente della Cina.
Lo scenario più probabile appare quello di un riequilibrio piuttosto che di una rottura. Il nuovo premier potrebbe rafforzare i rapporti con Canberra e Washington senza smantellare i legami costruiti con Pechino, cercando di sfruttare la competizione tra le grandi potenze per ottenere maggiori risorse e margini di manovra.
Resta però la fragilità politica interna. La crisi che ha portato alla caduta di Manele, segnata da scontri istituzionali, tensioni parlamentari e interventi giudiziari, mostra quanto il sistema politico salomonese resti vulnerabile alle pressioni esterne. In contesti simili, la sovranità formale rischia di essere condizionata dalla dipendenza economica, dagli aiuti alla sicurezza e dall’influenza delle grandi potenze.
La vicenda conferma come il Pacifico meridionale non sia più una periferia geopolitica, ma una delle aree decisive del nuovo confronto globale. Cina, Australia e Stati Uniti si contendono influenza, rotte marittime, infrastrutture, telecomunicazioni e accessi strategici in un oceano diventato centrale per i futuri equilibri internazionali.
Le Isole Salomone, piccole per popolazione ed economia, sono così diventate un tassello cruciale della nuova competizione mondiale. E il governo di Matthew Wale dovrà muoversi tra pressioni opposte, interessi strategici e una sovranità sempre più difficile da difendere.











