di Giuseppe Gagliano –
L’annuncio del Ministero degli Insediamenti israeliano sull’espansione delle comunità nel settore di Nitzana, a ridosso del confine con l’Egitto, arriva in un momento in cui la politica israeliana sembra muoversi secondo una logica di continuità e accelerazione: continuità del controllo territoriale e accelerazione del ritmo con cui questo controllo viene trasformato da fatto temporaneo in realtà permanente. È un piano presentato come risposta al contrabbando, al crimine transfrontaliero e alla necessità di assicurare la frontiera sud. Ma dietro la parola “sicurezza” si muove un disegno più ampio, che affonda le radici nella strategia degli insediamenti e nel modo in cui, da decenni, Israele interpreta la propria presenza nei territori sensibili.
La visita a inizio novembre della ministra Orit Strock, esponente della destra religiosa, insieme ai funzionari dell’Agricoltura e al capo del consiglio regionale di Ramat Negev, non è stata un atto protocollare. Ha rappresentato il passaggio simbolico di un messaggio preciso: il confine meridionale non è solo una linea da difendere, ma uno spazio da popolare, trasformare, consolidare. Gli insediamenti diventano così l’estensione territoriale di un confine politico, uno strumento per creare una continuità demografica dove la geografia naturale non la garantisce. I funzionari israeliani parlano di lotta ai traffici illegali; gli osservatori indipendenti evocano l’ennesima fase di quella “giudaizzazione soft” che da anni accompagna l’espansione silenziosa delle comunità ebraiche in aree periferiche, trasformandole in presidi permanenti.
Il Middle East Monitor ha sintetizzato tutto con un’immagine potente: un “muro umano”. Non cemento e filo spinato, ma case, strade, scuole, una popolazione che si radica e che di fatto rende irreversibile il controllo di uno Stato su zone che, formalmente, restano contese o delicate. È un processo che non nasce oggi. Dalla fine del 2022, l’ascesa del governo Netanyahu ha coinciso con un’accelerazione senza precedenti: circa quarantottomila unità abitative costruite o approvate, un numero che dovrebbe superare le cinquantamila entro fine anno. E ancora, la confisca di ventiseimila dunam di terreno in Cisgiordania dall’inizio del 2023, una misura che si somma ai quasi mille checkpoint eretti nei centri palestinesi dall’inizio della guerra a Gaza. L’intero dispositivo appare come un mosaico di interventi che, pezzo dopo pezzo, definisce un nuovo paesaggio politico.
La comunità internazionale condanna queste mosse da anni. Le Convenzioni di Ginevra considerano illegali gli insediamenti costruiti su territori occupati. La Corte internazionale di giustizia, nel luglio 2024, ha definito “illegale” l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e chiesto il ritiro rapido delle colonie. Eppure, nell’agosto 2025, lo stesso governo israeliano ha approvato definitivamente il progetto E1, uno dei più controversi di sempre: circa 3.400 nuove unità abitative tra Ma’ale Adumim e Gerusalemme Est, un blocco che dividerebbe la Cisgiordania in due tronconi separati, scollegandola dalla capitale palestinese. Tutto questo non per caso, ma come parte di un disegno coerente, portato avanti a colpi di decisioni amministrative, piani edilizi e misure di sicurezza.
L’espansione vicino al confine egiziano aggiunge però un nuovo livello di complessità. L’Egitto, nonostante rapporti con Israele più stabili rispetto al passato, resta un attore cruciale nei negoziati regionali: controlla il valico di Rafah, gestisce i flussi di aiuti destinati a Gaza e funge da mediatore nei colloqui più delicati tra Israele e le fazioni palestinesi. Più Israele consolida la sua presenza al confine, più ridefinisce l’equilibrio con il Cairo, introducendo una dinamica in cui la sicurezza diventa anche un fatto politico. Le manifestazioni dei gruppi di coloni al valico di Nitzana, intenzionati a bloccare gli aiuti umanitari verso Gaza, mostrano quanto la frontiera meridionale sia diventata un terreno dove si sovrappongono narrazioni strategiche, tensioni sociali e atti di pressione politica.
È in questo intreccio che si inserisce il nuovo piano: non un intervento isolato, ma un tassello di una strategia che punta a cristallizzare, attraverso il fatto compiuto, una nuova visione del territorio israeliano. Una visione in cui la sicurezza è declinata come popolamento, l’insediamento come deterrenza e la frontiera come proiezione della sovranità.
Che cosa resta, allora, dell’idea di una soluzione politica? L’espansione degli insediamenti non è solo un ostacolo geografico: è un ostacolo psicologico, economico, identitario. Ridisegna mappe, abitudini, percezioni; cambia il modo in cui israeliani e palestinesi vivono lo spazio, si spostano, immaginano il futuro. Ogni nuova unità abitativa porta con sé un pezzo di negoziato sottratto alla diplomazia e trasferito alla realtà materiale. E ogni nuovo blocco edilizio indica che la pace, più che un accordo, rischia di diventare un problema di urbanistica.












