
di Giuseppe Gagliano –
Israele dice di essere pronto a “scenari a sorpresa” mentre a Washington si valuta se colpire l’Iran nel pieno dei disordini antigovernativi. Teheran ha avvertito che in caso di attacco statunitense risponderebbe contro Israele e contro basi militari americane. Sul terreno, le cifre della repressione restano incerte: gruppi per i diritti umani parlano di 648 vittime, ma una fonte iraniana citata da un’agenzia internazionale arriva a stimare circa 2.000 morti. L’oscuramento di internet imposto l’8 gennaio rende difficile misurare l’ampiezza reale delle perdite, anche se alcuni riescono a collegarsi attraverso un servizio satellitare.
In Israele il portavoce delle Forze di difesa israeliane, Effie Defrin, invita a non credere alle voci incontrollate e ripete un concetto che è al tempo stesso prudenza e tattica: “le proteste sono una questione interna”. Ma lo Stato ebraico, secondo fonti di stampa, dà per plausibile che Donald Trump possa trasformare le minacce in azione, con il rischio di un nuovo scontro diretto tra Israele e Iran.
Il 13 gennaio Trump ha annunciato una misura dal sapore extraterritoriale: chi fa affari con la Repubblica islamica pagherà una tariffa del 25 per cento su ogni attività commerciale con gli Stati Uniti. È un tentativo di tagliare l’ossigeno economico a Teheran non solo con sanzioni classiche, ma anche colpendo la rete di partner che mantiene in piedi l’Iran: dalle grandi economie asiatiche ai Paesi ponte del Medio Oriente. È anche un messaggio agli alleati: la pressione non sarà più soltanto un fatto bilaterale tra Washington e Teheran, ma una scelta obbligata per chiunque voglia restare agganciato al mercato americano.
Sul piano economico, la crisi iraniana nasce anche dal crollo del rial: si parla di un cambio oltre 1,4 milioni per un dollaro. Quando la moneta si sbriciola, il costo della vita diventa politica pura e la protesta smette di essere episodica: si trasforma in sfida alla legittimità del potere. In questo contesto, la “tariffa punitiva” di Trump serve a due scopi: stringere il cappio sulle entrate iraniane e, insieme, segnalare ai manifestanti che Washington sta costruendo un quadro di sostegno. Resta però l’ambiguità: aiuto in arrivo, dice Trump, senza spiegare quale.
Secondo indiscrezioni, il Pentagono avrebbe presentato a Trump un ventaglio di opzioni: attacchi militari, attacchi informatici e operazioni psicologiche a sostegno dei manifestanti. È il repertorio della guerra moderna quando non si vuole, o non si può, dichiarare apertamente un cambio di strategia: si prova a spostare gli equilibri dall’interno, lasciando al nemico il dubbio su dove finisca la protesta e dove inizi la mano esterna.
L’avvertimento del Dipartimento di Stato ai cittadini statunitensi in Iran, invitati a considerare l’uscita via terra verso Armenia o Turchia, segnala che a Washington si prende sul serio la possibilità di un salto di fase. Teheran risponde con una doppia linea: il ministro Abbas Araghchi sostiene che la situazione sia “sotto controllo” e accusa le manifestazioni di essere state spinte verso la violenza per offrire un pretesto all’intervento americano; allo stesso tempo dichiara apertura alla diplomazia, purché non sia una trattativa a senso unico. È la formula classica di chi vuole guadagnare tempo senza apparire chiuso.
Il precedente pesa: lo scorso giugno Israele e Iran hanno combattuto per dodici giorni, con attacchi contro vertici militari, scienziati legati al nucleare, siti di arricchimento e programma missilistico iraniano; poi lo scambio di missili ha colpito città e civili in entrambi i Paesi. Oggi Netanyahu, secondo varie ricostruzioni, valuta un nuovo ciclo di raid temendo una ricostruzione dei siti nucleari. La cautela israeliana, però, dipende da una variabile: cosa farà Washington. Israele può spingere, ma senza copertura americana il rischio di un’escalation incontrollabile cresce.
La destabilizzazione del regime è un obiettivo evocato da tempo nel dibattito israeliano, ma la domanda strategica è brutale: se il potere iraniano crolla, chi lo sostituisce? Un vuoto può generare frammentazione, competizione tra apparati, milizie e centri di potere locali. E un Iran caotico, in un’area già satura di conflitti, può essere persino più pericoloso di un Iran ostile ma governabile.
Sul piano geoeconomico, la mossa dei dazi al 25 per cento è un tentativo di trasformare la dipendenza dal mercato statunitense in strumento di disciplina globale: costringere Paesi terzi a scegliere. Ma proprio questa logica può produrre reazioni: triangolazioni, circuiti alternativi, nuove forme di scambio. L’esito non è scontato: la pressione può accelerare il logoramento interno dell’Iran, oppure irrigidire il sistema, spingendolo verso una postura ancora più aggressiva, soprattutto se percepisce una minaccia esistenziale.
Israele alza la guardia, l’Iran minaccia ritorsioni, gli Stati Uniti oscillano tra diplomazia e colpo preventivo. La crisi non è soltanto una questione di piazze e repressione: è la sovrapposizione di economia in caduta, deterrenza militare, strumenti informatici e guerra psicologica, con un’unica posta in gioco: decidere se l’Iran deve essere contenuto, strangolato, o rovesciato. E soprattutto, se qualcuno ha davvero un piano credibile per il giorno dopo.











