
di Giuseppe Gagliano –
Gli attacchi israeliani su Damasco e altre città siriane la sera del 16 luglio hanno riacceso un conflitto a più strati in un Medio Oriente già provato da tensioni croniche. Con 160 raid aerei, secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, Israele ha intensificato una campagna che dichiara essere a sostegno della minoranza drusa, coinvolta in violenti scontri con le forze governative siriane. Ma dietro la giustificazione ufficiale si cela un messaggio politico chiaro: Tel Aviv non intende tollerare la presenza di un governo siriano considerato vicino all’asse Teheran-Hezbollah e pronto ad alimentare nuove minacce lungo i suoi confini settentrionali.
Le conseguenze economiche di questa nuova ondata di violenza sono già visibili. La Siria, piegata da anni di conflitto, rischia ulteriori danni alle infrastrutture strategiche e una paralisi del fragile processo di ricostruzione. L’embargo internazionale e le sanzioni spingono Damasco sempre più nelle mani di Mosca e Teheran, che però faticano a garantire risorse economiche stabili in un contesto di crescente isolamento. Sullo sfondo, i timori di un impatto sui corridoi energetici regionali e sui mercati globali del petrolio alimentano l’incertezza.
Dal punto di vista militare, la strategia israeliana punta a colpire le reti logistiche e i centri di comando siriani per ridurre la capacità del regime di Assad di sostenere milizie filo-iraniane. Le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, e del ministro degli Esteri, Gideon Saar, confermano la volontà di “mantenere lo status quo” nelle regioni siriane vicine al confine israeliano. Ma la realtà operativa mostra un calcolo rischioso: ogni bombardamento aumenta la possibilità di un confronto diretto con l’Iran e le sue proxy armate, in un contesto in cui la deterrenza rischia di trasformarsi in escalation.
A livello geopolitico l’offensiva israeliana riaccende vecchie rivalità e ne crea di nuove. L’Iran, reduce da un conflitto di dodici giorni con Israele, ha condannato l’operazione come “aggressione incontrollata” e ha promesso sostegno a Damasco. La Turchia, che negli ultimi mesi ha intensificato i rapporti con la nuova amministrazione siriana, parla di “atto di sabotaggio” ai danni della stabilità regionale. Gli Stati del Golfo, pur condannando gli attacchi, restano divisi tra la paura di un’espansione iraniana e l’esigenza di contenere l’instabilità siriana.
Sul piano geoeconomico, la Siria diventa un nodo critico tra le nuove rotte energetiche e commerciali che la Cina e la Russia stanno cercando di costruire per aggirare le sanzioni occidentali. Israele, nel colpire infrastrutture e snodi strategici, mira anche a frenare questa integrazione economica, consapevole che la partita energetica è ormai parte integrante della competizione globale.
La decisione del governo siriano di ritirarsi da Suwayda, in accordo con la leadership drusa locale, apre uno spiraglio per una de-escalation, ma il terreno resta minato. Il nuovo presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, promette inclusione per tutte le minoranze, ma la realtà è che la Siria resta un mosaico di comunità in conflitto, con un governo centrale debole e incapace di garantire sicurezza. Israele, da parte sua, mostra di voler dettare le regole del gioco, ma rischia di essere trascinato in un confronto più ampio che coinvolge potenze globali.
In questo contesto ogni raid aereo e ogni mossa diplomatica diventano tasselli di un mosaico fragile, in cui la pace sembra sempre più un miraggio e la guerra un destino ricorrente.











