di Giuseppe Gagliano –

Il Mossad è entrato in una fase di profonda riorganizzazione con l’arrivo alla direzione del maggior generale Roman Gofman, insediatosi il 2 giugno 2026. In appena due mesi il nuovo capo del servizio segreto israeliano ha sostituito alcuni dei principali dirigenti, riesaminato la strategia contro l’Iran e rafforzato il legame operativo con il governo di Benjamin Netanyahu.

Gofman rappresenta una rottura rispetto alla tradizione del Mossad. Nato nel 1976 nella Bielorussia sovietica ed emigrato in Israele nel 1990, ha costruito la propria carriera nelle forze corazzate, comandando tra l’altro la settima brigata e la divisione territoriale schierata sulle alture del Golan. Il 7 ottobre 2023 raggiunse Sderot di propria iniziativa e partecipò ai combattimenti, rimanendo gravemente ferito. Nel maggio 2024 Netanyahu lo nominò segretario militare e lo promosse maggior generale, portandolo nel ristretto circuito decisionale attorno al primo ministro.

La nomina alla guida del Mossad ha incontrato resistenze. L’ex presidente della Corte suprema Asher Grunis si è opposto alla scelta all’interno della commissione consultiva sulle alte nomine e anche il precedente direttore David Barnea aveva espresso riserve. Al centro delle polemiche vi era anche il caso di Ori Elmakayes, diciassettenne coinvolto nel 2022 in un’operazione di influenza condotta attraverso un canale telematico mentre Gofman comandava la divisione 210. Il giovane venne arrestato e accusato di spionaggio prima di essere scagionato diciotto mesi dopo. La Corte suprema ha comunque consentito l’insediamento di Gofman.

La riorganizzazione è cominciata immediatamente. Il nuovo direttore ha allontanato il vicedirettore, mentre il responsabile delle relazioni internazionali ha lasciato l’incarico. All’inizio di agosto sono stati inoltre rimossi la responsabile della direzione informativa e il capo della struttura incaricata della campagna contro l’Iran. In pochi mesi è stata quindi modificata una parte sostanziale della catena di comando del servizio.

Dietro i cambiamenti vi sarebbe anche la revisione del progetto israeliano per favorire il crollo della Repubblica Islamica. Il piano prevedeva pressioni militari contro le forze iraniane lungo il confine iracheno, il coinvolgimento di combattenti curdi provenienti dal Kurdistan iracheno, il sostegno ad altre minoranze, operazioni psicologiche e l’innesco di proteste nelle principali città iraniane.

La strategia si sarebbe però arenata davanti alla prudenza delle formazioni curde, alle indiscrezioni apparse sulla stampa, ai dubbi degli Stati Uniti e soprattutto all’opposizione della Turchia. Ankara temeva che il rafforzamento delle organizzazioni curde in Iran potesse avere conseguenze anche in Turchia, Siria e Iraq. Il progetto avrebbe quindi sottovalutato le profonde divergenze tra gli interessi degli attori regionali coinvolti.

Gofman ha fatto ricadere parte delle responsabilità sui dirigenti che avevano partecipato alla pianificazione della campagna, ma il progetto era stato sviluppato durante la direzione di Barnea e sottoposto alla leadership politica israeliana. La riorganizzazione apre così anche la questione del rapporto tra responsabilità operative del Mossad e responsabilità politiche del governo Netanyahu.

Il nuovo orientamento appare comunque chiaro. Netanyahu ha affidato a Gofman il compito di impedire all’Iran di ricostruire le proprie capacità nucleari e missilistiche e di contribuire alla fine dell’attuale governo di Teheran. Il Mossad dovrebbe quindi diventare uno strumento ancora più offensivo, integrando intelligence, sabotaggio, guerra informatica e operazioni clandestine con l’azione delle forze armate.

La strategia passa inevitabilmente anche da Washington. Nel luglio 2026 Gofman ha incontrato nella capitale statunitense il direttore della CIA John Ratcliffe e rappresentanti della Casa Bianca per discutere della guerra con l’Iran, del programma nucleare e dei negoziati con Teheran. Israele e Stati Uniti mantengono tuttavia obiettivi non necessariamente coincidenti: Gerusalemme punta a impedire in modo duraturo il recupero delle capacità strategiche iraniane, mentre Washington potrebbe privilegiare un accordo capace di limitare il programma nucleare e garantire la sicurezza delle rotte energetiche.

Anche Turchia e Paesi arabi guardano con cautela a un’eventuale destabilizzazione dell’Iran. Pur temendo la potenza iraniana, molti governi regionali non vogliono affrontare le conseguenze di un collasso dello Stato, con possibili conflitti etnici, flussi di profughi e interruzioni delle esportazioni energetiche attraverso lo stretto di Hormuz.

La scommessa di Gofman consiste quindi nel trasformare il Mossad in una struttura più rapida, offensiva e strettamente integrata con le forze armate senza comprometterne l’autonomia analitica. Il rischio è che l’accentramento del comando e il rapporto diretto con Netanyahu rendano il servizio più efficiente nell’esecuzione delle decisioni politiche, ma meno disposto a fornire al governo valutazioni contrarie alle aspettative della leadership.