Israele. Il boicottaggio che fa paura

di Giuseppe Gagliano

Che il boicottaggio funzioni lo si capisce spesso dal modo in cui viene combattuto. Il movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) viene percepito in Israele non come una semplice campagna di opinione, ma come uno strumento capace di colpire l’immagine internazionale del Paese, la tenuta delle relazioni con gli alleati, i canali economici e perfino la libertà di manovra diplomatica. Per questo la risposta non resta sul piano del confronto politico: scivola in un terreno più duro, fatto di delegittimazione, pressione legale, intimidazione e, nelle accuse più gravi, operazioni di sorveglianza.
Negli anni, la linea israeliana si irrigidisce anche sul piano del linguaggio pubblico. Alcuni esponenti governativi arrivano a evocare l’idea di colpire i leader del movimento con metodi “mirati” e a spingere per trattare il BDS come se fosse un’organizzazione ostile, fino alla tentazione di incasellarlo in categorie legate al terrorismo. È un passaggio decisivo: quando trasformi una campagna non violenta in un problema di sicurezza, ti apri la strada a strumenti eccezionali e chiedi agli alleati di fare lo stesso.
Sul fronte interno, Israele costruisce un perimetro normativo che rende più rischioso e faticoso fare attivismo. Nel 2011 entra in vigore una legge contro il boicottaggio e, nello stesso clima, una norma sui finanziamenti esteri che impone vincoli pesanti alle organizzazioni che ricevono fondi da fuori. La Corte suprema conferma l’impianto, nonostante i richiami internazionali sul tema della libertà di espressione. In parallelo il ministero dell’Interno usa la leva amministrativa: revoche o minacce di revoca di permessi di residenza, contestazioni basate su formule come la “mancanza di fedeltà allo Stato”, che di fatto trasformano una posizione politica in un problema personale e burocratico.
La figura più esposta resta Omar Barghouti, co-fondatore del movimento, che subisce restrizioni di viaggio e pressioni continue. Organizzazioni come Amnesty International segnalano più volte preoccupazioni per la sua libertà e sicurezza. Nei territori occupati il quadro si fa ancora più cupo: la retorica della “sicurezza” giustifica divieti di movimento, arresti, detenzioni e, secondo accuse ricorrenti, maltrattamenti. In questo contesto viene ricordato anche l’arresto di un attivista, Hamza Khader, avvenuto in Giordania il 6 maggio.
Il punto più delicato è quello che riguarda le attività di intelligence. Da tempo circolano denunce e sospetti su operazioni mirate a monitorare attivisti anche in Paesi occidentali e a ostacolare organizzazioni della società civile che sostengono il boicottaggio. Si parla di controlli sulle comunicazioni elettroniche e di pratiche che, se confermate, si muoverebbero in violazione delle leggi nazionali di Stati alleati. Alcuni esponenti israeliani hanno rivendicato un coinvolgimento diretto dei propri apparati nel contrasto al BDS, anche in cooperazione con servizi di Paesi amici. Nel racconto che emerge, non è una campagna improvvisata: è un dispositivo strutturato, politico e operativo insieme, dove la linea tra sicurezza nazionale e gestione della reputazione diventa sottilissima.
Qui entra in scena l’Occidente, perché la partita principale si gioca proprio nelle democrazie europee e nordamericane. In Francia gli appelli al boicottaggio vengono perseguiti in sede penale come forme di discriminazione, con diversi attivisti finiti sotto processo. Nel Regno Unito, dopo una lunga battaglia giuridica sui margini delle decisioni etiche degli enti locali, arriva una legge che rende illegittimi i boicottaggi contro Israele. In Canada, il Parlamento condanna il movimento e formalizza una cooperazione con Israele per contrastarlo. Negli Stati Uniti proliferano norme anti-BDS in molti Stati: limitano contratti pubblici, investimenti e fondi a soggetti che aderiscano al boicottaggio; le organizzazioni per i diritti civili contestano questa impostazione come una compressione della libertà politica.
In Europa si aggiungono segnali inquietanti: chiusura di conti bancari collegati a organizzazioni vicine al BDS, tentativi di trascinare sindacati in controversie legali per il loro sostegno. In Germania, una risoluzione parlamentare definisce il BDS come antisemitismo e arriva a fare paragoni che pesano come macigni, accostando il boicottaggio moderno a quello nazista contro i negozi ebrei. In Italia si ricorda un tentativo, poi arenato, di intervenire sulla legislazione antidiscriminazione per colpire anche atti che “intralciano” attività economiche, con l’obiettivo di rendere perseguibile chi sostiene il boicottaggio.
La battaglia si gioca anche sul linguaggio. L’accusa di antisemitismo viene spesso usata come grimaldello per mettere nello stesso sacco la critica a Israele, l’opposizione al sionismo e il sostegno ai diritti palestinesi. In questa cornice viene richiamata la definizione IHRA, adottata da numerosi Paesi e utilizzata in molte sedi come riferimento, pur contestata da studiosi, giuristi e organizzazioni civili. Il rischio è evidente: se la definizione viene applicata in modo estensivo, può trasformarsi in uno strumento per ridurre lo spazio del dissenso, più che per combattere il razzismo.
Eppure proprio qui si vede la fragilità della narrazione assoluta. Il movimento BDS si presenta come antirazzista e inclusivo, richiama la Dichiarazione universale dei diritti umani e rifiuta antisemitismo e islamofobia. E soprattutto cresce il sostegno ebraico, anche tra cittadini israeliani: un fatto che rende più difficile sostenere che si tratti semplicemente di odio antiebraico travestito.
Non tutti, in Europa, seguono la strada della criminalizzazione. Nel 2016 una vasta rete di organizzazioni e parlamentari chiede alle istituzioni europee di difendere il diritto di partecipare a campagne di boicottaggio come forma di espressione politica. Federica Mogherini, da alto rappresentante UE, riconosce che le libertà fondamentali dell’Unione coprono anche queste iniziative, pur mantenendo una linea politica contraria ai boicottaggi in quanto tali. Altri Paesi prendono posizioni ancora più nette: la Svezia ribadisce che i governi non devono interferire con le opinioni della società civile; l’Olanda richiama le garanzie costituzionali e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo; l’Irlanda parla di posizione politica legittima; la Spagna vota una mozione unanime a tutela del diritto di fare campagne pacifiche come il BDS; la Svizzera blocca un tentativo di tagliare fondi alle ONG impegnate nel boicottaggio, sostenendo che senza diritto di critica la società civile perde il suo ruolo.
Alla fine, il vero bersaglio non è un acquisto mancato al supermercato. È la legittimità. Il boicottaggio non rovescia governi, ma può erodere consenso e reputazione, e spingere istituzioni, imprese e opinione pubblica a riconsiderare rapporti, investimenti, collaborazione culturale e politica. Per questo viene trattato come una minaccia strategica: perché agisce sul terreno più sensibile, quello dove si decide chi è “normale” e chi è “inaccettabile” nella comunità internazionale.
Ed è qui che si chiude il cerchio: quando uno Stato mobilita leggi, apparati e alleanze per spegnere una campagna non violenta, sta dicendo senza dirlo che la teme. Non per i danni immediati, ma per l’effetto a lungo termine: la possibilità che, in Occidente, diventi naturale criticare e fare pressione senza essere automaticamente squalificati, sorvegliati o messi a tacere.