Israele. Il “fronte Houthi” può riaprirsi se Washington colpisce Teheran

di Giusepe Gagliano

Israele si prepara allo scenario peggiore: un’azione militare statunitense contro l’Iran potrebbe riattivare immediatamente la leva yemenita. La valutazione dei servizi e dei vertici militari è che gli Houthi tornerebbero a colpire Israele con missili e droni, e riprenderebbero anche le offensive contro il traffico marittimo e, in particolare, contro interessi statunitensi tra Mar Rosso e Mar Arabico. Il ragionamento è lineare: se lo scontro tra Washington e Teheran diventasse diretto, l’“asse” iraniano cercherebbe di moltiplicare i fronti per diluire la pressione e alzare i costi dell’escalation.
Secondo quanto riportato dai media israeliani, il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha convocato consultazioni specifiche sulla minaccia Houthi e ha dato indicazioni operative: preparare e aggiornare un elenco di obiettivi in Yemen, in coordinamento tra Direzione dell’Intelligence Militare e Aeronautica. È un passaggio importante, perché indica che Israele non sta ragionando solo in termini difensivi (intercettazioni e allerta), ma anche di capacità di risposta, cioè attacchi mirati su infrastrutture, depositi, piattaforme di lancio e nodi di comando. In questa fase, il messaggio implicito è deterrente: se gli Houthi colpiscono, la reazione potrebbe essere rapida e già “impacchettata” sul piano dei target.
Sul tavolo c’è anche la diplomazia. L’attenzione si concentra su Muscat, dove sono previsti colloqui tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare. Il dato politico è che Teheran, per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha confermato data e luogo degli incontri, cosa che dà la misura di quanto l’Iran tema una deriva incontrollata. Dall’altra parte, si registra un lavoro di mediazione araba per rendere possibile l’avvio dei negoziati, convincendo Washington ad accettare un perimetro iniziale più circoscritto al nucleare, pur senza rinunciare all’idea di discutere poi anche dossier più ampi. È il classico compromesso di ingresso: aprire una porta stretta, sperando di allargarla dopo.
Per Israele la questione non è solo Yemen. È la struttura a rete dell’influenza iraniana: Teheran sostiene gli Houthi da anni sul piano militare e finanziario, e il movimento si presenta come componente dell’“Asse della resistenza” insieme ad attori presenti in Libano, Siria e Iraq. In questa cornice, gli Houthi sono un asset strategico perché permettono all’Iran di colpire indirettamente: possono minacciare rotte commerciali, basi e interessi americani, e aprire un fronte a distanza contro Israele senza un coinvolgimento iraniano immediatamente “tracciabile” come attacco diretto.
Secondo informazioni riportate dai media israeliani, una fonte legata a fazioni yemenite avverse agli Houthi avrebbe segnalato agli Stati Uniti che il gruppo sta preparando il ritorno alle ostilità contro navi americane. Il punto concreto è il movimento di risorse: missili e droni spostati, assetti riallocati, preparativi operativi e, soprattutto, coordinamento con Teheran in vista di una possibile escalation. Se questo quadro fosse confermato, significherebbe che la deterrenza non si gioca solo nel Golfo o in Iraq, ma anche lungo il corridoio marittimo che resta vitale per energia, commercio e catene di fornitura.
Ogni ripresa degli attacchi nel Mar Rosso e nel Mar Arabico ha un effetto immediato sui costi: assicurazioni navali, deviazioni delle rotte, tempi di consegna, prezzi dell’energia e, in cascata, inflazione importata. È una leva potente perché colpisce non solo i bersagli militari ma anche l’economia globale. Per questo la minaccia Houthi è “strategica”: non serve distruggere grandi obiettivi, basta rendere insicuro un tratto di mare per imporre un costo collettivo.
Dal punto di vista militare, l’apertura di un fronte Houthi in caso di raid USA contro l’Iran crea un effetto di saturazione: Israele dovrebbe gestire contemporaneamente difesa aerea, eventuali attacchi di risposta e il monitoraggio di altri teatri regionali. I droni e i missili, soprattutto se impiegati in ondate, hanno un valore non solo distruttivo ma anche psicologico e operativo: costringono a consumare risorse difensive, aumentano la probabilità di incidenti e amplificano la tensione interna.
Questa crisi racconta una regola ormai stabile del Medio Oriente: la guerra diretta è l’ultima opzione, la guerra per delega è lo strumento quotidiano. Israele, Stati Uniti e Iran si muovono in un equilibrio dove tutti minacciano, tutti negoziano, e nessuno vuole apparire debole. I colloqui in Oman sono la valvola di sicurezza. Ma finché la questione nucleare resta intrecciata con missili, milizie e proiezione regionale, ogni negoziato può essere sabotato da un evento sul campo.
In queste ore la diplomazia tenta di raffreddare lo scontro mentre i militari preparano le opzioni. È la doppia pista: parlare per evitare la crisi, prepararsi perché la crisi è possibile. E in mezzo ci sono gli Houthi, che possono trasformare una decisione americana sull’Iran in una nuova fase di attacchi su Israele e sulle rotte marittime. In Medio Oriente, spesso, non decide chi parla di pace: decide chi controlla il pulsante della prossima escalation.