di Alberto Galvi –
Nel cuore dello Stato profondo israeliano si consuma una battaglia che va ben oltre il caso personale di Ronen Bar, il capo dimissionario dello Shin Bet, il potente servizio di sicurezza interno. La Corte suprema d’Israele ha appena stabilito che la sua rimozione da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu non solo è illegittima, ma svela un conflitto d’interessi evidente: lo Shin Bet sta indagando sull’affaire “Qatar-Gate”, un’inchiesta che sfiora proprio i vertici dell’esecutivo. In altre parole, il giudice è diventato imputato.
La sentenza, firmata dal presidente della Corte Yitzhak Amit e dalla giudice Dafna Barak-Erez, con la sola dissidenza del vice-presidente Noam Solberg, non si limita a un’interpretazione tecnico-legale. È un atto politico nel senso più alto del termine: riafferma che la sicurezza dello Stato non può essere subordinata ai giochi di potere del governo, che il capo dello Shin Bet non risponde alla persona del primo ministro, ma alla Nazione nel suo complesso.
“La lealtà dei vertici dei servizi di sicurezza – ha scritto Amit – non è lealtà partitica o personale, ma dovere verso il pubblico israeliano, che ha affidato loro ciò che ha di più prezioso: la sua vita e la sua sicurezza.” Un monito duro, che smaschera la pericolosa tendenza alla personalizzazione del potere da parte di Netanyahu, sempre più tentato da uno stile di governo che mescola logiche populiste, accentramento decisionale e sfida aperta all’architettura istituzionale dello Stato.
Il verdetto ha una funzione di deterrente, ha ribadito anche il giudice dissenziente Solberg. Perché il rischio è sistemico: l’uso politico degli apparati di sicurezza non è un accidente, ma una tentazione strutturale per ogni potere che vuole sottrarsi ai vincoli della legalità. Ed è in questa tensione tra statualità e sottomissione all’esecutivo che si gioca il futuro dello Shin Bet e, più in generale, della democrazia israeliana.
Netanyahu, come da copione, ha reagito con furia: ha definito la sentenza “uno scandalo”, “illegale” e “dannosa per la democrazia”. In una mossa che sa di sfida aperta, il giorno dopo ha nominato il generale David Zini nuovo capo dell’ISA, ignorando i richiami della procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Una provocazione deliberata, un messaggio chiaro: la mia volontà viene prima della legge.
Ma dietro l’apparente arroganza, c’è un altro messaggio, più inquietante: in Israele, come in altre democrazie sotto pressione, il potere esecutivo non accetta più di essere contenuto. Il controllo sui servizi segreti diventa un campo di battaglia fondamentale per ridefinire – o sfigurare – il rapporto tra potere e diritto.
La “Qatar-Gate”, l’inchiesta che tutto muove, rappresenta così il punto di intersezione tra intelligence, politica e interessi internazionali. Chi controlla l’informazione e la sicurezza interna, controlla non solo lo Stato ma anche la narrazione. E nel conflitto israelo-palestinese, nel rapporto con gli Emirati, col Qatar, con l’Iran, il ruolo dello Shin Bet è troppo centrale per lasciarlo nelle mani di chi non giura fedeltà personale al premier.
È questa la posta in gioco: non una semplice nomina, ma la trasformazione dello Stato da entità collettiva a prolungamento del leader. La Corte Suprema ha tentato di opporre un argine. Riuscirà la democrazia israeliana, sotto assedio da minacce interne ed esterne, a mantenere l’equilibrio? O la logica del potere totale finirà per piegare anche l’ultimo bastione dell’ordine costituzionale?












