Israele. La sicurezza non può giustificare guerra permanente, distruzione e deriva autoritaria

di Samuele Lucia

Questo articolo si basa su rapporti e documenti pubblici delle Nazioni Unite, della Corte internazionale di giustizia, di organismi umanitari internazionali e di organizzazioni indipendenti per i diritti umani, tra cui OHCHR, OCHA, Amnesty International e Human Rights Watch.

L’ascesa dell’ultranazionalismo israeliano rischia di aggravare il conflitto in Medio Oriente, isolare diplomaticamente Israele e compromettere gli equilibri democratici interni. L’estrema destra in Israele non rappresenta più una semplice componente radicale del panorama politico israeliano. Negli ultimi anni è diventata parte integrante del potere di governo, influenzando in modo diretto le scelte militari, diplomatiche e istituzionali del Paese. Ed è proprio questo il punto che oggi preoccupa una parte crescente della comunità internazionale: la radicalizzazione politica della leadership israeliana rischia di produrre conseguenze sempre più gravi non soltanto per i palestinesi, ma per la stessa stabilità di Israele.
Figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich hanno portato al centro del dibattito posizioni ultranazionaliste che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate marginali perfino dalla destra tradizionale israeliana. Il rafforzamento degli insediamenti nei territori occupati, il rifiuto di qualsiasi prospettiva concreta di Stato palestinese e l’utilizzo della forza militare come principale strumento politico stanno contribuendo ad alimentare una spirale di tensione permanente.
Il problema centrale è che una politica costruita esclusivamente sulla sicurezza e sulla pressione militare rischia di trasformare il conflitto in una condizione permanente. A Gaza, le operazioni militari israeliane hanno prodotto una devastazione umanitaria enorme, con migliaia di vittime civili, infrastrutture distrutte e una crisi che le Nazioni Unite hanno definito tra le più gravi degli ultimi anni.
Il 26 marzo 2024 la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha presentato il rapporto Anatomy of a Genocide al Consiglio ONU per i diritti umani, sostenendo che esistano “ragionevoli basi” per ritenere plausibili violazioni della Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza. Nel giugno 2024 anche la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha parlato di possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto.
Al di là del dibattito giuridico internazionale, il dato politico appare evidente: più la linea dell’estrema destra israeliana si rafforza, più si indeboliscono le possibilità di una soluzione diplomatica del conflitto.
Le correnti ultranazionaliste oggi influenti nel governo israeliano considerano la prospettiva dei due Stati un errore politico e vedono qualsiasi apertura negoziale come una forma di cedimento. In questo clima il rischio è che la guerra diventi non un evento straordinario, ma il principale strumento di gestione del Medio Oriente.
Anche il fronte libanese dimostra quanto questa strategia possa diventare pericolosa. Lo scontro crescente con Hezbollah aumenta il rischio di un conflitto regionale su larga scala. L’espansione delle operazioni militari lungo il confine nord espone Israele a un’escalation potenzialmente devastante, capace di coinvolgere altri attori regionali e di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente.
Ma le conseguenze non riguardano soltanto la politica estera.
Molti osservatori israeliani temono che la crescita dell’estrema destra possa avere effetti profondi anche sulla democrazia interna del Paese. Le contestate riforme della giustizia promosse dal governo guidato da Benjamin Netanyahu hanno provocato enormi proteste popolari contro il rischio di un indebolimento della Corte Suprema e degli equilibri istituzionali israeliani.
Una parte significativa della società israeliana teme che il peso crescente del nazionalismo religioso possa comprimere il pluralismo politico e aumentare la polarizzazione interna. Il rischio, secondo i critici, è che la sicurezza venga progressivamente trasformata in una giustificazione permanente per limitare il dibattito democratico e rafforzare logiche sempre più radicali.
È proprio questo il nodo politico centrale: criticare l’estrema destra israeliana non significa negare il diritto di Israele a difendersi o mettere in discussione la sua esistenza. Significa sostenere che nessuna democrazia possa rafforzarsi attraverso la radicalizzazione continua del conflitto, la militarizzazione della politica e l’erosione progressiva dei propri limiti istituzionali.
Perché una strategia fondata soltanto sulla forza rischia di produrre un risultato opposto a quello dichiarato: più isolamento internazionale, maggiore instabilità regionale e una prospettiva di guerra permanente che finisce per danneggiare Israele stesso.
Ed è forse questa la contraddizione più profonda dell’estrema destra israeliana contemporanea: sostenere di voler difendere Israele mentre, attraverso la radicalizzazione politica e militare, rischia di renderlo sempre più isolato, polarizzato e intrappolato in un conflitto senza soluzione.