Israele. L’Aia avanza su Smotrich: il nuovo fronte dello scontro con il diritto internazionale

L’eventuale coinvolgimento del ministro israeliano nella strategia della Corte Penale Internazionale apre una nuova fase dello scontro tra Israele e ordine giuridico globale.

di Samuele Lucia

Per Israele la questione non è soltanto giuridica. È eminentemente strategica. L’eventualità che Bezalel Smotrich possa finire formalmente nel mirino della International Criminal Court rappresenta infatti qualcosa di più di una disputa tra uno Stato e un tribunale internazionale. Segna piuttosto un mutamento profondo nel rapporto tra potenza militare, legittimità diplomatica e diritto globale.
Negli ultimi giorni indiscrezioni provenienti da ambienti giudiziari e diplomatici europei hanno indicato che il procuratore della CPI starebbe valutando misure nei confronti di Smotrich per il suo ruolo nella gestione dei territori occupati e nelle politiche israeliane in Cisgiordania. La Corte non ha confermato l’emissione di nuovi mandati, ma il dato politicamente rilevante è un altro: il nome di uno dei principali leader dell’estrema destra israeliana viene ormai associato con continuità a un possibile procedimento internazionale.
È un passaggio che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficilmente immaginabile.
Non tanto per ragioni giuridiche, quanto per motivi geopolitici. Israele ha storicamente beneficiato di una sostanziale protezione occidentale nei grandi organismi multilaterali. Anche nei momenti di massima tensione diplomatica, l’idea che la leadership israeliana potesse essere trattata alla stregua di altri soggetti perseguiti dalla giustizia internazionale appariva remota. La guerra di Gaza ha modificato questo equilibrio.
La svolta è arrivata il 20 maggio 2024, quando il procuratore capo della CPI, Karim Khan, annunciò formalmente la richiesta di mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu, Yoav Gallant e tre leader di Hamas. In una dichiarazione ufficiale, Khan sostenne che vi fossero “reasonable grounds to believe” che gli imputati “bear criminal responsibility” per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto di Gaza.
Nella stessa occasione, Khan difese il principio di universalità della giustizia internazionale con una frase destinata a segnare il dibattito diplomatico successivo: “Nobody is above the law”.
La dichiarazione venne rilasciata il 20 maggio 2024 all’Aia, contestualmente alla presentazione delle richieste ai giudici della Corte.
Alcuni mesi dopo, il 21 novembre 2024, la Pre-Trial Chamber I della CPI confermò ufficialmente l’emissione dei mandati contro Netanyahu e Gallant, respingendo al tempo stesso le contestazioni israeliane sulla giurisdizione della Corte. Nel comunicato ufficiale, i giudici affermarono che l’accettazione della giurisdizione da parte di Israele “is not required” affinché la Corte possa procedere sulla base della giurisdizione territoriale palestinese.
I mandati già emessi contro Netanyahu e Gallant hanno così aperto una frattura senza precedenti tra Israele e l’architettura giuridica internazionale costruita nel secondo dopoguerra. L’eventuale coinvolgimento di Smotrich allargherebbe ulteriormente quella frattura, spostando l’attenzione dalla sola conduzione militare del conflitto alla questione strutturale dell’occupazione e degli insediamenti.
Ed è precisamente qui che il dossier assume una dimensione strategica.
Smotrich non è un ministro qualunque. Leader del sionismo religioso radicale, rappresenta una componente ideologica che considera la Cisgiordania non come territorio conteso, ma come parte integrante dello spazio nazionale israeliano. Negli ultimi anni il suo peso politico è cresciuto fino a tradursi in competenze dirette sull’amministrazione civile di vaste aree occupate.
In altre parole, la sua figura si colloca al punto di intersezione tra guerra, colonizzazione e ridefinizione territoriale.
Per una parte crescente della comunità internazionale, è proprio questo nodo ad aver reso insufficiente la tradizionale distinzione tra sicurezza militare e politica degli insediamenti. La percezione, soprattutto in Europa, è che il conflitto apertosi dopo il 7 ottobre abbia accelerato dinamiche territoriali già in corso da anni.
Da qui la centralità simbolica del caso Smotrich.
La Corte Penale Internazionale, dal canto suo, si trova davanti a una sfida esistenziale. Da tempo la CPI viene accusata di applicare criteri selettivi, colpendo prevalentemente Stati deboli o marginali rispetto agli equilibri occidentali. Un’azione diretta contro esponenti centrali del governo israeliano verrebbe interpretata dai sostenitori della Corte come la dimostrazione di una maggiore autonomia politica. Ma rischierebbe, contemporaneamente, di intensificare lo scontro con Washington e con una parte consistente dell’Occidente.
Il nodo dunque non riguarda soltanto Israele. Riguarda il futuro stesso della giustizia internazionale.
Perché la CPI dispone di strumenti giuridici limitati e di strumenti coercitivi quasi inesistenti. Non possiede una forza di polizia autonoma e dipende integralmente dagli Stati membri per l’esecuzione di eventuali mandati. La questione decisiva diventa quindi politica: quali Paesi sarebbero realmente disposti ad arrestare un ministro israeliano in carica?
È una domanda che nessuna cancelleria occidentale affronta apertamente, ma che molte stanno già considerando nei propri calcoli diplomatici.
Il rischio per Israele non consiste necessariamente nell’arresto materiale dei suoi dirigenti. Consiste piuttosto nell’erosione progressiva della libertà diplomatica e della legittimità internazionale. Ogni viaggio, ogni vertice, ogni visita ufficiale rischia di trasformarsi in un caso politico. E in geopolitica l’isolamento spesso inizia molto prima delle sanzioni formali.
Per questo il caso Smotrich non può essere letto come una semplice vicenda giudiziaria. È il sintomo di una trasformazione più ampia: la guerra di Gaza sta progressivamente uscendo dal perimetro regionale mediorientale per entrare nel cuore dello scontro globale sul significato stesso dell’ordine internazionale.
Da una parte vi è la convinzione israeliana che la sicurezza dello Stato debba prevalere su qualsiasi vincolo esterno. Dall’altra emerge l’idea, sostenuta da una parte crescente del mondo non occidentale e da segmenti dell’opinione pubblica europea, che nessun alleato strategico possa considerarsi immune dai meccanismi del diritto internazionale.
La distanza tra queste due visioni continua ad allargarsi.
Ed è precisamente dentro questo spazio che si colloca oggi il nome di Smotrich.