di Giuseppe Gagliano –
La Corte Penale Internazionale ha smentito l’emissione di nuovi mandati di arresto contro funzionari israeliani, ma il caso politico ormai esiste. Il nome del ministro israeliano Bezalel Smotrich è entrato apertamente nel confronto tra Israele e la giustizia internazionale, mentre lo stesso esponente del governo Netanyahu ha accusato la Procura dell’Aia di voler ottenere contro di lui un mandato segreto.
Il punto centrale è che il fronte giuridico non riguarda più soltanto la guerra di Gaza. La Cisgiordania sta diventando un grande dossier politico, penale e strategico che coinvolge insediamenti, violenza dei coloni, occupazione territoriale e progressiva erosione della futura statualità palestinese.
La Corte sembra infatti ampliare il proprio sguardo oltre le operazioni militari, concentrandosi anche sulla trasformazione territoriale permanente dei territori occupati. Non soltanto bombardamenti e assedi, ma anche la costruzione di insediamenti, il trasferimento di popolazione civile israeliana e la modifica progressiva della geografia politica palestinese.
Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir rappresentano l’ala più radicale e apertamente annessionista del governo israeliano. Smotrich, ministro delle Finanze, controlla strumenti economici decisivi per l’espansione degli insediamenti e la gestione della presenza israeliana in Cisgiordania. Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, incarna invece il legame tra sicurezza interna, apparati coercitivi e movimento dei coloni.
Un eventuale coinvolgimento di queste figure segnerebbe uno spostamento del baricentro giuridico: dalla condotta militare della guerra di Gaza alla natura strutturale dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi. La CPI aveva già emesso nel 2024 mandati pubblici contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità collegati al conflitto di Gaza.
La Cisgiordania è oggi il nodo decisivo dell’intero equilibrio mediorientale. Mentre Gaza è stata devastata dalla guerra, in Cisgiordania si gioca la possibilità stessa di una futura entità palestinese. Nuovi insediamenti, strade riservate, avamposti legalizzati e frammentazione territoriale riducono progressivamente lo spazio politico per una soluzione negoziata.
La violenza dei coloni non viene più percepita da molte organizzazioni internazionali come un fenomeno marginale, ma come uno strumento di pressione territoriale. Incendi, intimidazioni, restrizioni alla mobilità e protezione militare contribuiscono a modificare lentamente il controllo effettivo del territorio.
Il cuore giuridico della disputa riguarda l’interpretazione delle Convenzioni di Ginevra, che vietano alla potenza occupante di trasferire la propria popolazione civile nei territori occupati. Israele contesta questa interpretazione applicata alla Cisgiordania, mentre gran parte della comunità internazionale considera illegali gli insediamenti.
La colonizzazione assume anche una dimensione economica. Gli insediamenti non sono soltanto presenza simbolica o militare, ma infrastrutture, reti energetiche, incentivi fiscali, zone industriali, investimenti agricoli e sistemi logistici. Per l’Autorità Palestinese questo significa frammentazione territoriale, perdita di risorse e crescente dipendenza economica.
Dal punto di vista israeliano, invece, il controllo della Cisgiordania viene spesso giustificato come necessità strategica. Ampi settori dell’apparato di sicurezza considerano il territorio un cuscinetto indispensabile per impedire la formazione di minacce armate vicino ai principali centri israeliani.
Ma proprio questa logica produce un paradosso crescente: più Israele rafforza militarmente il controllo, più indebolisce le condizioni politiche di una stabilizzazione duratura. La protezione degli insediamenti lega sempre più l’apparato militare a un progetto territoriale ideologico che rischia di alimentare ulteriore instabilità.
Gli Stati Uniti restano il principale scudo diplomatico di Israele. Washington continua a contestare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale e ha imposto sanzioni contro funzionari della CPI accusandola di iniziative politicizzate contro Israele e gli stessi Stati Uniti.
La posizione americana riflette una preoccupazione più ampia: il timore che un precedente contro leader israeliani possa in futuro coinvolgere anche dirigenti e militari statunitensi. La difesa di Israele diventa così anche difesa della sovranità strategica americana contro l’espansione della giustizia internazionale.
Nel frattempo diversi Paesi occidentali hanno adottato misure contro Smotrich e Ben-Gvir. Australia, Canada, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito hanno annunciato nel 2025 sanzioni per incitamento alla violenza contro i palestinesi, mentre altri governi europei hanno introdotto restrizioni o divieti d’ingresso.
L’Europa resta però profondamente divisa. Condanna formalmente gli insediamenti e sostiene la soluzione dei due Stati, ma non dispone di una strategia coercitiva comune capace di incidere realmente sulle dinamiche sul terreno.
La vicenda dell’Aia mostra così una trasformazione più ampia: il conflitto israelo-palestinese non è più soltanto una guerra territoriale o militare, ma anche uno scontro sulla legittimità giuridica internazionale. Israele può continuare a mantenere il controllo sul terreno, ma rischia di perdere consenso diplomatico e politico in una parte crescente dell’Occidente.
La battaglia davanti alla Corte Penale Internazionale diventa quindi un nuovo fronte della guerra mediorientale. Non sostituisce operazioni militari, droni e posti di blocco, ma li accompagna con una domanda sempre più centrale: chi ha il diritto di definire legittimo il controllo di un territorio conteso.











