Israele. Netanyahu a Mar-a-Lago: Gaza come partita incompiuta, Iran come posta strategica

di Giuseppe Gagliano –

Il cessate-il-fuoco che non diventa pace
L’incontro tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump a Mar-a-Lago arriva in un momento di apparente quiete militare ma di profonda instabilità politica. La guerra a Gaza si è formalmente arrestata con un cessate il fuoco che ha chiuso due anni di combattimenti, ma la tregua non ha prodotto una vera architettura di pace. La prima fase del piano statunitense è stata portata a termine solo sul piano tecnico: ritiro parziale israeliano, rilascio degli ostaggi, congelamento delle operazioni su larga scala. Sul terreno, però, Hamas ha conservato un controllo sostanziale delle aree più popolate, mentre Israele mantiene una presenza militare su oltre metà della Striscia. È una sospensione del conflitto, non la sua risoluzione.
Dal punto di vista economico, Gaza resta un territorio collassato. Infrastrutture distrutte, abitazioni rase al suolo, flussi di aiuti limitati e condizionati. La ricostruzione non è nemmeno iniziata e, senza una seconda fase politica credibile, non potrà farlo. L’idea statunitense di un’autorità ad interim composta da tecnocrati palestinesi risponde più all’esigenza di stabilizzare che a quella di ricostruire. Senza un quadro di sicurezza chiaro e senza investimenti strutturali, l’economia di Gaza rimane un’economia di emergenza, dipendente dagli aiuti e incapace di assorbire due milioni di sfollati permanenti.
Sul piano strategico-militare, Netanyahu si presenta a Trump con un obiettivo chiaro: mantenere libertà d’azione. La tregua con Hamas non ha cancellato le opzioni militari contro Hezbollah in Libano né, soprattutto, contro l’Iran. Israele considera il fronte settentrionale e quello iraniano come un unico sistema di minacce. Il rischio è che il cessate il fuoco a Gaza diventi una parentesi prima di un allargamento del conflitto, con operazioni preventive giustificate dalla necessità di ristabilire la deterrenza. In questo schema, Washington è chiamata a scegliere se sostenere Israele fino in fondo o contenere l’alleato per evitare un’escalation regionale.
L’Iran è il vero convitato di pietra dell’incontro. Tel Aviv teme che Teheran stia accelerando sul fronte missilistico e che stia recuperando capacità danneggiate nel recente confronto armato. Netanyahu cercherà di ottenere da Trump un via libera politico, se non operativo, per colpire infrastrutture strategiche iraniane. Dal punto di vista geopolitico, un’azione contro l’Iran avrebbe effetti a catena su tutto il Medio Oriente, coinvolgendo Siria, Libano e le rotte energetiche. È una scelta che rafforza la postura israeliana ma aumenta il rischio di una guerra regionale prolungata.
La visita a Mar-a-Lago ha anche una dimensione politica interna. Netanyahu affronta un orizzonte elettorale incerto e una coalizione fragile. Mostrarsi come interlocutore privilegiato del presidente statunitense serve a rafforzare la sua immagine di leader capace di garantire sicurezza e sostegno internazionale. In questo senso, la politica estera diventa uno strumento di sopravvivenza politica. Il rapporto personale con Trump è parte integrante di questa strategia.
Infine, c’è il tema della superiorità militare qualitativa. Israele dipende in larga misura dagli Stati Uniti per tecnologia e sistemi d’arma avanzati. La possibile vendita di caccia di ultima generazione all’Arabia Saudita ha acceso allarmi a Tel Aviv, non tanto per il rapporto con Riyad quanto per il principio: Israele vuole restare l’unico attore regionale con un vantaggio tecnologico netto. In termini geoeconomici, questo significa accesso privilegiato a forniture, ricerca e finanziamenti militari, elementi che rafforzano l’industria della difesa israeliana e il suo peso strategico.
L’incontro tra Netanyahu e Trump non serve a chiudere i dossier aperti, ma a gestirli. Gaza resta una ferita aperta, l’Iran una minaccia strategica, il Libano un fronte potenziale. La tregua è fragile perché manca una visione condivisa del dopo. Finché la politica non colmerà questo vuoto, la regione continuerà a vivere in un equilibrio instabile, sospeso tra cessate il fuoco temporanei e la possibilità sempre presente di una nuova guerra.