di Giuseppe Gagliano –
L’approvazione di 764 nuove unità abitative in Cisgiordania è solo l’ultimo capitolo di una strategia molto più ampia. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura centrale del fronte ultranazionalista, rivendica il risultato come parte di un progetto che dal 2022 ha autorizzato oltre 51.000 unità. È un ritmo incompatibile con qualsiasi ipotesi di negoziato credibile, ma perfettamente coerente con l’obiettivo dichiarato: rendere irreversibile la presenza israeliana nei territori occupati. L’assenza di una conferma ufficiale da parte del governo riflette una prassi ben nota: creare i fatti sul terreno e lasciarne la gestione diplomatica alle cancellerie occidentali, soprattutto a una Washington che Smotrich considera un alleato più che un arbitro.
Le aree interessate, cioè Hashmonaim, Beitar Illit e Givat Zeev, non sono scelte a caso. Hashmonaim si trova appena oltre la Linea Verde, simbolo di un confine internazionale mai accettato da una parte della politica israeliana. Le altre due località circondano strategicamente Gerusalemme, trasformando la capitale in un mosaico costruito per ostacolare qualsiasi continuità territoriale palestinese. La geografia, qui, non è neutrale: è una tecnica di governo.
L’Autorità Palestinese ha chiesto agli Stati Uniti di intervenire. Ma la richiesta arriva nel momento meno opportuno. Washington è concentrata sulla crisi di Gaza, sulla gestione dei rapporti con Israele dopo mesi di tensioni e su un Medio Oriente attraversato da nuove linee di frattura. La voce di Ramallah si perde dentro un contesto internazionale che appare esausto, più che pronto a rilanciare un percorso negoziale. Le parole del portavoce Nabil Abu Rudeineh, ovvero “furto di terra palestinese”, riflettono una frustrazione politica, ma non cambiano la realtà: l’autorità palestinese non dispone più di leve reali.
Per la quasi totalità della comunità internazionale questi insediamenti violano il diritto internazionale. La Corte internazionale di giustizia, nel luglio 2024, ha definito illegale l’occupazione e ha chiesto l’evacuazione degli insediamenti. Ma nei territori occupati, come altrove, le sentenze contano meno dei rapporti di forza. Israele rivendica diritti biblici e necessità di sicurezza, e la leadership attuale ha sposato una linea politica che considera la Cisgiordania non negoziabile.
Smotrich parla di “cintura di sicurezza” e rifiuta apertamente l’idea di uno Stato palestinese. In passato ha proposto di annettere l’82 per cento della Cisgiordania, e i numeri attuali mostrano una traiettoria chiara: consolidare presidi demografici, integrare infrastrutture, spostare basi militari, costruire nuove strade. Il piano pluriennale da 843 milioni di dollari dedicato alla Cisgiordania rappresenta qualcosa di più di un investimento: è una strategia di intreccio tra civili e militari. A questa logica appartiene anche la creazione di 20 nuovi cluster abitativi mobili e un’unità di registrazione fondiaria dedicata ai territori occupati. Registrare la terra significa attribuire proprietà, e attribuire proprietà significa stabilire un sistema giuridico alternativo che anticipa la sovranità.
Oltre 700mila coloni vivono già nei territori palestinesi. È una cifra che altera profondamente l’economia locale, modifica i flussi dei lavoratori palestinesi, condiziona la distribuzione delle risorse idriche e trasforma la mobilità interna. Più si intensifica la presenza israeliana, più si crea un sistema economico parallelo, protetto militarmente, nel quale i palestinesi diventano manodopera precaria priva di diritti. Ogni nuova strada di accesso, ogni nuovo quartiere, ogni nuova base militare riduce ulteriormente lo spazio politico di Ramallah e amplifica le disuguaglianze strutturali.
Le cancellazioni delle linee di divisione tra Stato israeliano e territori occupati non avvengono in un vuoto geopolitico. In un Medio Oriente segnato dalle tensioni con l’Iran, dalle operazioni di Hezbollah e dalla crisi permanente di Gaza, la Cisgiordania rischia di trasformarsi nel prossimo fronte di instabilità. Gli attacchi dei coloni contro i palestinesi, in crescita costante, aggiungono un fattore di imprevedibilità mentre le forze di sicurezza israeliane si trovano già sovraccariche su più scenari. Qualsiasi fiammata in Cisgiordania potrebbe innescare reazioni a catena in Giordania, tra le comunità palestinesi della regione e nelle capitali arabe impegnate in un difficile processo di normalizzazione con Israele.
L’espansione degli insediamenti non è un incidente né una deviazione: è un percorso studiato per rendere impraticabile una futura divisione territoriale. Il dato politico è semplice: più si costruisce, meno si negozia. E più si rinvia la questione palestinese, più si stabilisce una realtà sul terreno che scardina ogni possibile soluzione diplomatica. In Cisgiordania, il tempo non sta lavorando per la pace. Sta lavorando per chi vuole riscrivere le mappe prima ancora che si scrivano gli accordi.












