di Giuseppe Gagliano –
Benjamin Netanyahu ha varcato un confine che, se mai è esistito, è ora stato demolito con brutalità. In un’intervista concessa alla rete americana ABC, il primo ministro israeliano ha affermato che l’eliminazione fisica della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, rappresenterebbe la soluzione definitiva al conflitto in corso. Parole agghiaccianti che non sembrano più frutto di una provocazione, ma piuttosto l’ammissione pubblica di un piano di “decapitazione” politica ai danni di uno Stato sovrano. E il paradosso si fa atroce: mentre l’occidente si erge a difensore della democrazia e del diritto internazionale, la sua potenza regionale preferita parla apertamente di assassinio di Stato come strumento politico.
Netanyahu ha definito Khamenei un “moderno Hitler” e ha liquidato con sarcasmo i timori espressi da Donald Trump circa un possibile veto alla sua eliminazione, sostenendo che “non aggraverà il conflitto, ma lo porrà fine”. La narrazione si ribalta: non è Israele a reagire a una minaccia, ma è Israele a disegnare la mappa della guerra futura, scegliendo chi vive e chi muore nel nome della sicurezza nazionale.
Nel frattempo da Teheran le risposte non si fanno attendere. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha invocato la possibilità di una telefonata americana per fermare l’aggressione, evocando lo spettro dell’ambiguità strategica statunitense, che da sempre garantisce a Israele carta bianca nelle sue operazioni. “Israele deve fermare la sua aggressione, altrimenti la nostra risposta continuerà”, ha ribadito. A sua volta, l’ambasciatore iraniano Iravani ha informato le Nazioni Unite che l’Iran ha agito “in legittima difesa” secondo l’articolo 51 della Carta ONU, prendendo di mira esclusivamente infrastrutture militari israeliane.
Ma l’escalation diplomatica si trasforma ora in un terremoto geopolitico. Il Parlamento iraniano lavora a una proposta di legge per l’uscita dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), la pietra angolare del controllo globale sull’atomo. Una mossa che, se concretizzata, segnerebbe un punto di non ritorno: libererebbe Teheran da qualunque obbligo di trasparenza nei confronti dell’AIEA e aprirebbe la porta, almeno potenzialmente, alla corsa alla bomba.
La posizione ufficiale iraniana ribadisce l’opposizione allo sviluppo di armi nucleari, ma le violazioni documentate dall’AIEA nelle ultime settimane, unite all’intensificarsi degli attacchi israeliani, stanno cambiando le dinamiche. Israele, da parte sua, ha bombardato il territorio iraniano a partire dal 13 giugno, giustificando l’operazione con l’accusa che l’Iran sarebbe ormai prossimo al possesso dell’arma atomica. Accusa che, per ora, non trova conferme definitive ma viene ripetuta come un mantra.
L’eventuale ritiro iraniano dal TNP, trattato che Teheran ha ratificato nel 1970, non è una novità assoluta nel dibattito politico iraniano. Già nel 2020, all’indomani dell’assassinio mirato di scienziati nucleari e sotto la pressione massima degli USA, erano state avanzate proposte di legge in tal senso. Nessuna è passata. Ma oggi lo scenario è diverso: le linee rosse vengono infrante ogni giorno, il linguaggio è quello della rappresaglia esistenziale, e la diplomazia sembra un arnese del passato.
Nel frattempo l’occidente assiste in silenzio. Nessuna voce si alza contro la dichiarazione di Netanyahu, nessuna condanna ufficiale per un’idea che, se pronunciata da un leader iraniano contro un capo di Stato occidentale, avrebbe fatto gridare all’“attentato alla pace mondiale”. Il paradosso è servito: le democrazie che predicano i valori universali del diritto ricorrono oggi apertamente agli stessi strumenti dei regimi autoritari che dicono di combattere.
Se l’Iran uscisse davvero dal TNP, il suo programma nucleare sfuggirebbe al controllo dell’AIEA, alimentando il sospetto globale. Sarebbe un colpo devastante per l’equilibrio del Medio Oriente e per l’intero regime internazionale di non proliferazione. Ma in una guerra che ha già superato i confini tradizionali della politica e del diritto, la logica della deterrenza cede ormai il passo alla logica della distruzione preventiva.
E così la politica del cambio di regime, già praticata in Iraq, in Libia e in Siria, torna in voga: non più attraverso invasioni, ma attraverso l’eliminazione fisica del “tiranno”, in una versione occidentale e ipocrita della giustizia dei droni. Khamenei come Gheddafi, Assad o Saddam. Con una sola differenza: l’Iran non è un Paese isolato, e il suo collasso potrebbe non segnare la fine della guerra, ma l’inizio di qualcosa di molto più grande.












