di Giuseppe Gagliano –
La revoca delle licenze a 37 organizzazioni non governative internazionali operative a Gaza e in Cisgiordania segna un passaggio di qualità nella gestione israeliana dello spazio umanitario. La misura, annunciata dal governo di Israele, viene formalmente giustificata con il mancato rispetto dei nuovi criteri di registrazione: informazioni incomplete sul personale, opacità sui finanziamenti, presunti rischi di infiltrazione. In realtà, la portata politica del provvedimento supera di molto il piano amministrativo.
Il nuovo quadro normativo non si limita a requisiti tecnici. Include criteri ideologici e politici che trasformano l’accesso umanitario in una concessione condizionata all’allineamento. Negare la natura dello Stato israeliano, sostenere iniziative giudiziarie internazionali contro le forze di sicurezza, promuovere campagne di boicottaggio: tutti elementi che diventano cause di esclusione. Il confine tra sicurezza e controllo politico si fa sottile, e deliberatamente ambiguo.
Le organizzazioni colpite non sono marginali. Tra queste figurano attori che reggono una quota decisiva dell’assistenza sanitaria, nutrizionale e logistica nella Striscia di Gaza. Ospedali da campo, centri di primo soccorso, servizi idrici e igienico-sanitari, programmi contro la malnutrizione infantile e attività di sminamento dipendono in larga misura dal lavoro delle ONG internazionali.
La tesi israeliana secondo cui il loro contributo sarebbe quantitativamente limitato non coglie il punto. In un contesto di collasso infrastrutturale, la qualità e la specializzazione degli interventi contano più del volume. Bloccare queste organizzazioni significa interrompere catene operative che non sono facilmente sostituibili né dalle agenzie delle Nazioni Unite né dai canali bilaterali.
La risposta politica non si è fatta attendere. Dieci Paesi occidentali hanno condannato congiuntamente la decisione, mentre la Commissione europea ha parlato apertamente di “grave impatto” sull’accesso agli aiuti. Per l’Unione Europea, il punto è giuridico prima ancora che politico: il diritto internazionale umanitario impone che l’assistenza raggiunga la popolazione civile senza ostacoli arbitrari.
La presa di posizione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani rafforza questa lettura. Definire le sospensioni “oltraggiose” e “arbitrarie” significa mettere in discussione la compatibilità delle misure con gli obblighi internazionali di Israele come potenza occupante. Qui il contenzioso non è retorico: apre la strada a un conflitto giuridico e diplomatico destinato a durare.
Israele sostiene che la richiesta di dati completi sul personale sia indispensabile per prevenire infiltrazioni di gruppi armati, in particolare Hamas e la Jihad islamica palestinese. È una linea che risponde a una logica di sicurezza comprensibile, ma che collide frontalmente con la realtà operativa sul terreno. Rendere pubbliche identità e ruoli di operatori locali in un contesto di guerra significa esporli a rischi diretti, come dimostrano le centinaia di vittime tra il personale umanitario negli ultimi anni.
Le accuse rivolte ad alcune organizzazioni, in assenza di prove rese pubbliche, producono un effetto collaterale pesante: delegittimano l’intero sistema umanitario e ne minano la neutralità percepita. È un terreno scivoloso, perché trasforma l’assistenza in un’estensione del conflitto.
La revoca delle licenze va letta come parte di una strategia più ampia di controllo dello spazio di Gaza. Ridurre il numero di attori indipendenti significa aumentare la centralità dei canali approvati e verificati dalle autorità israeliane, rafforzando la capacità di selezione e indirizzo degli aiuti. In termini politici, è un modo per restringere il margine di manovra di chi, attraverso il lavoro umanitario, documenta e denuncia le condizioni sul terreno.
Il rischio è evidente: trasformare l’umanitarismo in un campo regolato dalla forza e non dal bisogno. In una Striscia dove decine di migliaia di persone restano in condizioni estreme, la chiusura degli spazi operativi alle ONG non è una misura neutra. È una scelta che ridefinisce i rapporti tra sicurezza, diritto e sopravvivenza civile. E che, proprio per questo, segna un ulteriore irrigidimento di un conflitto già privo di soluzioni immediate.












