Israele. Pena di morte: tensione con l’Europa e rischio svolta giuridica

di Giuseppe Gagliano

Un disegno di legge sostenuto dall’area del ministro Itamar Ben-Gvir riporta la pena di morte al centro della scena politica israeliana, aprendo un confronto interno e internazionale che va oltre il piano della sicurezza. Il provvedimento prevede l’applicazione sistematica della pena capitale per palestinesi della Cisgiordania condannati per l’uccisione di israeliani in atti classificati come terrorismo, con esecuzione entro 90 giorni e forti limitazioni alla clemenza. Secondo critici israeliani e osservatori internazionali, la norma introdurrebbe una netta differenza di trattamento tra palestinesi giudicati da tribunali militari e cittadini israeliani processati da corti civili.
La reazione europea segnala la rilevanza del passaggio. Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno espresso “profonda preoccupazione”, evidenziando il rischio di una giustizia differenziata su base nazionale ed etnica. Anche il Consiglio d’Europa e il servizio diplomatico dell’Unione Europea hanno ribadito la contrarietà alla pena di morte, considerata in violazione del diritto alla vita e incompatibile con il divieto di trattamenti inumani. Il tono delle dichiarazioni indica il timore di uno strappo duraturo nei rapporti tra Israele e diversi partner europei.
Sul piano politico interno, la proposta risponde a una domanda di fermezza proveniente dall’elettorato più radicale. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la deterrenza, ma secondo diversi analisti il provvedimento rischia di accentuare la dimensione simbolica e punitiva della giustizia, alimentando ulteriori tensioni. La misura potrebbe inoltre avere effetti controproducenti sul piano strategico, contribuendo a radicalizzare il conflitto e a complicare la gestione di detenuti e possibili negoziati futuri.
Anche sul piano internazionale, l’iniziativa rischia di offrire nuovi argomenti ai critici di Israele, rafforzando la narrativa di un doppio standard giuridico. All’interno dello stesso apparato israeliano emergono preoccupazioni per possibili conseguenze legali all’estero nei confronti di funzionari e militari.
Il progetto si inserisce in un contesto geopolitico già teso e potrebbe accentuare l’isolamento del Paese. Per molti osservatori, l’eventuale approvazione segnerebbe un cambiamento significativo nell’approccio israeliano al diritto e alla gestione del conflitto, rendendo più difficile il sostegno internazionale in nome della sicurezza.
Il precedente storico pesa. Israele non esegue una condanna a morte dal 1962, quando fu giustiziato Adolf Eichmann. Una reintroduzione operativa della pena capitale rappresenterebbe una rottura con decenni di prassi e aprirebbe con ogni probabilità un confronto giudiziario davanti alla Corte Suprema.
La discussione sul provvedimento evidenzia dunque una posta in gioco che va oltre la singola legge, toccando l’equilibrio tra sicurezza, diritto e identità politica dello Stato.