di Samuele Lucia

Nel Mediterraneo orientale stiamo assistendo a una riorganizzazione strategica di portata continentale che i governi europei, e in particolare quello italiano, preferiscono liquidare con formule di circostanza. Non parliamo soltanto di giacimenti di gas o di esercitazioni navali: è l’ennesimo tentativo israeliano di consolidare un corridoio di influenza energetica, militare e immobiliare che dal Levante arriva fino alle coste pugliesi e siciliane. Chi oggi parla di stabilità mediterranea senza collocare al centro questo processo omette il nodo più rilevante.

Israele ha edificato in pochi anni un asse operativo con Grecia e Cipro che trascende la diplomazia energetica. Vertici trilaterali, programmi di cooperazione militare, esercitazioni congiunte e condivisione di intelligence proteggono le piattaforme di Leviathan e Tamar e assicurano rotte alternative verso l’Europa. Il gas israeliano alimenta già gli impianti di liquefazione egiziani. Progetti come l’EastMed e il corridoio IMEC delineano una geografia costruita deliberatamente per escludere la Turchia. Quasi l’intero commercio estero e i cavi sottomarini vitali di Tel Aviv transitano da queste acque: la proiezione non è più soltanto difensiva, ma strutturale.

Di fronte a questo schieramento, la Turchia risponde dalla Libia. Il memorandum marittimo del 2019 con Tripoli resta lo strumento giuridico con cui Ankara rivendica una zona economica esclusiva che attraversa trasversalmente le acque contese. La presenza militare a Misurata e Al-Watiya, insieme ai recenti contatti con le autorità della Cirenaica, mira a consolidare quella proiezione. Non esiste alcuna condivisione di potere con Israele in Libia: da Gerusalemme giungono allarmi espliciti sul rischio di interdizione delle rotte commerciali ed energetiche.

A questa dimensione geostrategica si affianca una penetrazione economica concreta sul territorio italiano. In Salento, l’agenzia Coral 37, fondata a Lecce dall’imprenditrice israeliana Orit Lev Marom, ha proposto pubblicamente una “colonia israeliana”: un insediamento agro-turistico autosufficiente, con servizi interni destinati a famiglie israeliane. Il progetto ha generato polemiche, minacce e un clamore mediatico prima di arenarsi. Nello stesso periodo, a Ostuni, sulla costa di Mogale, il fondo israeliano Omnam Investment Group, in partnership con la catena Four Seasons, di cui Bill Gates detiene una quota di maggioranza, porta avanti un mega-resort da circa 100 milioni di euro: 49 edifici, 150 camere, spa e beach club su nove ettari di territorio ad alto pregio paesaggistico. L’iniziativa ha ottenuto facilitazioni tramite la ZES Unica.

In Sicilia e in altre aree del Mezzogiorno si registrano investimenti israeliani nelle rinnovabili e negli immobili di pregio. Non si tratta di episodici acquisti di ville: è un flusso di capitali che pone interrogativi sulla sovranità territoriale e sulla capacità dello Stato di governare le trasformazioni del territorio.

Sul piano ideologico, l’idea di un “Grande Israele” continua a circolare negli ambienti della destra israeliana e viene utilizzata come chiave interpretativa.

In questo quadro, l’Europa appare spettatrice. L’Italia, che ha interessi diretti sia nei giacimenti orientali sia nella stabilizzazione della Libia, si trova nella posizione più esposta. Nonostante ciò, continua a non vedere, o fa finta di non vedere, cosa sta accadendo e cosa potrebbe accadere all’interno del proprio spazio.