di C. Alessandro Mauceri –

L’Italia spende miliardi per la difesa. Eppure, stranamente, continua a svendere aziende fondamentali per la sicurezza nazionale a soggetti esteri.

Da oltre un ventennio in Italia è in atto la svendita dei “gioielli di famiglia”: marchi storici italiani che finiscono nelle mani di soggetti stranieri. Di questo fenomeno si parla spesso quando a essere vendute sono società calcistiche, meno quando si tratta di aziende manifatturiere, infrastrutture e imprese tecnologiche, quasi mai quando si parla di aziende strategicamente importanti per la difesa.

Secondo una ricostruzione pubblicata da Business Intelligence Group, dal 2008 sarebbero passati sotto controllo estero oltre 250 marchi italiani conosciuti dal grande pubblico. Solo nel 2024, il valore delle acquisizioni di aziende italiane da parte di gruppi stranieri avrebbe superato i 42 miliardi di euro. Per quanto penose da un punto di vista storico, molte di queste operazioni non rappresentano necessariamente un problema. Anche alcune aziende straniere sono state acquistate da italiani, sebbene in misura infinitamente minore rispetto a quelle vendute.

Quando, però, un’azienda opera in un settore nel quale il capitale e il know-how non sono semplicemente merci, ma asset strategici di uno Stato, l’attenzione richiesta è diversa.

Nei giorni scorsi Tekne, azienda con sede operativa a Ortona e specializzata nell’ingegneria della difesa, nei veicoli speciali e militari, nella guerra elettronica e nei sistemi di contrasto ai droni, è stata venduta a una società statunitense. Secondo la documentazione disponibile, il portafoglio di Tekne comprende capacità di electronic warfare, sistemi counter-UAS, mobilità tattica, tecnologie a energia diretta e sistemi software per la resilienza operativa.

Non si parla, quindi, di un’azienda qualunque. A confermarlo è anche il fatto che un precedente tentativo di acquisizione da parte di NUBURU era stato bloccato dal governo, che aveva esercitato il cosiddetto Golden Power. Si tratta di una serie di misure che prevedono l’individuazione di settori considerati strategici per la tutela degli interessi essenziali dello Stato, in relazione ai profili di sicurezza economica e continuità operativa. Sono i DPCM n. 179 e 180 del 2020 a definire, tra l’altro, le infrastrutture critiche e le tecnologie rilevanti.

In questi casi, la normativa prevede la concessione di poteri speciali e specifici obblighi di notifica e prenotifica alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Le informazioni relative alle operazioni devono essere notificate alla Presidenza del Consiglio prima del loro perfezionamento o della loro esecuzione.

Dopo un primo diniego, il governo ha autorizzato l’acquisizione del 70% di Tekne, ponendo condizioni e prescrizioni. Se quelle tecnologie erano considerate tanto strategiche da richiedere il Golden Power, perché è stata consentita la cessione del controllo industriale a un soggetto straniero?

Pare che l’accordo preveda il mantenimento della produzione in Italia, la limitazione della commercializzazione ai Paesi UE e NATO e la tutela delle conoscenze tecniche utilizzate dalle Forze armate e dalle forze di polizia italiane.

In realtà, più che di vendita sarebbe corretto parlare di svendita.

Per Tekne è stata effettuata una valutazione pre-money di circa 50 milioni di euro, attraverso la conversione in capitale di circa 17,7 milioni di euro di finanziamenti soci, fino a 12 milioni di euro di apporto cash nell’aumento di capitale, 5,2 milioni per l’acquisto di ulteriori azioni dagli azionisti storici e un meccanismo di earn-out legato ai ricavi futuri, fino a un massimo di circa 29,7 milioni.

Bruscolini, se si pensa che l’azienda acquirente, NUBURU, ha presentato un piano industriale che prevede circa 564,7 milioni di euro di ricavi e valore della produzione cumulati nel periodo 2026-2030, con una crescita da circa 49,6 milioni nel 2026 a quasi 199 milioni nel 2030.

Com’è possibile che un’azienda che l’acquirente considera capace di generare oltre mezzo miliardo di euro di attività nei prossimi cinque anni sia stata svenduta per poco più di 50 milioni di euro?

C’è chi ha cercato di giustificare questa scelta affermando che Tekne aveva accumulato perdite rilevanti e aveva bisogno di denaro fresco. Ma questo pone una nuova domanda, ancora più delicata: perché quei capitali non sono stati forniti dallo Stato italiano? Tanto più che, nei giorni scorsi, l’Italia ha chiesto e ottenuto dall’Unione Europea un prestito SAFE di 14,9 miliardi di euro per il settore della difesa.

Da una parte, il governo ha deciso di indebitarsi per decenni pur di rafforzare le proprie capacità militari e industriali. Dall’altra, ha lasciato che un’azienda italiana strategicamente importantissima, che sviluppa tecnologie riconducibili ai nuovi settori prioritari della difesa, come droni, sistemi anti-drone, guerra elettronica ed energia diretta, venisse svenduta a un gruppo americano.

La domanda è: non sarebbe stato più coerente utilizzare una parte delle risorse SAFE per consolidare le aziende italiane?

Nessuno dice che lo Stato dovrebbe comprare ogni azienda in difficoltà, come è avvenuto per alcuni gruppi bancari o per grandi aziende del settore delle infrastrutture e dei trasporti. Ma appare un controsenso parlare di “sovranità industriale” e chiedere soldi per nuovi armamenti se poi non si costruisce, contemporaneamente, una politica industriale capace di mantenere in Italia almeno una parte significativa delle tecnologie necessarie a produrli.

La vicenda Tekne pone anche un’altra questione: decisioni di questo peso non dovrebbero essere discusse in Parlamento?

Dal punto di vista giuridico, il ricorso al Golden Power prevede che il governo possa esercitare poteri speciali su alcune operazioni riguardanti imprese e asset strategici. Per ogni acquisizione soggetta a Golden Power, la legge non prevede una preventiva autorizzazione del Parlamento.

Ma a decidere non è sempre il governo senza alcun coinvolgimento parlamentare. Nel caso Piaggio, per esempio, il provvedimento governativo di esercizio dei poteri speciali è stato trasmesso al Senato e assegnato alle commissioni competenti.

Il punto è che, mentre il Paese sta aumentando vertiginosamente la spesa per la difesa, la decisione del governo di rinunciare al Golden Power per un’azienda che lavora su sistemi anti-drone e tecnologie militari merita una riflessione attenta.

Non sarebbe stato ragionevole chiedere al Parlamento almeno una discussione pubblica, per quanto compatibile con la necessaria tutela delle informazioni classificate?

Come si diceva, il caso Tekne non è isolato. Negli ultimi anni sono passati sotto controllo straniero numerosi marchi e imprese italiane strategiche. Nel caso di TIM, il controllo della rete è passato a KKR con un’operazione valutata circa 22 miliardi di euro. L’obiettivo era ridurre il debito di Telecom Italia e separare la rete dai servizi. Il governo italiano ha mantenuto una partecipazione strategica nella nuova infrastruttura, ma l’operazione ha comunque segnato una discontinuità storica: la rete telefonica fissa dell’ex monopolista nazionale è passata sotto il controllo di un grande investitore statunitense.

Anche per Piaggio Aerospace è stato seguito un percorso analogo. A giugno 2025, il governo ha autorizzato, attraverso il Golden Power, il trasferimento delle attività alla turca Baykar. L’operazione comprendeva anche la produzione in Italia dei droni TB2 e Akıncı e si inserisce nella collaborazione industriale tra Baykar e Leonardo. Piaggio era in amministrazione straordinaria dal 2018 e aveva bisogno di un investitore e di un piano industriale.

Anche altri casi sono finiti in Parlamento. Nelle scorse settimane si è parlato di “centinaia di soldati italiani mandati in un Paese in guerra senza che si sappia perché”. In realtà, a marzo 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva riferito al Senato che 239 militari italiani sarebbero stati trasferiti dal Kuwait all’Arabia Saudita, nell’ambito della rimodulazione del dispositivo italiano nella regione. A Kuwait City sarebbero rimasti 82 militari sui 321 precedentemente presenti.

La decisione del governo era stata quindi comunicata ufficialmente e collocata nel quadro delle missioni e delle operazioni internazionali autorizzate, pur non essendo ancora chiare la missione e le sue finalità operative per i nostri soldati in Arabia Saudita, un Paese coinvolto in conflitti su diversi fronti.

In questi casi, la trasparenza non è un optional. Anche sulle missioni internazionali la legge prevede un ruolo preciso del Parlamento: il governo delibera la partecipazione, ma sono le Camere a dover discutere e autorizzare le missioni attraverso propri atti di indirizzo. La legge 145/2016 è stata concepita proprio per mantenere centrale il ruolo parlamentare nelle decisioni relative all’impiego delle Forze armate all’estero.

Per il caso Tekne il comportamento è stato differente.

La domanda è: cosa vuole diventare l’Italia nel nuovo ciclo del riarmo europeo? Un Paese che spende decine di miliardi per acquistare sistemi di difesa o uno che utilizza quel denaro per ricostruire una propria capacità industriale, tecnologica e scientifica?

Difesa non vuol dire soltanto comprare armi, missili e carri armati. Significa anche aiutare e potenziare le aziende strategiche nazionali, controllare il know-how che ne regola il funzionamento e promuovere lo sviluppo di tecnici in grado di garantirne la crescita. Significa gestire i brevetti e i laboratori che sviluppano nuove tecnologie.

In una parola, significa aumentare la capacità di non dipendere completamente da altri quando quelle tecnologie dovessero diventare indispensabili.

È questo il punto cardine della vicenda Tekne.

Visto che opera in un settore strategico, al punto da giustificare, almeno in una prima fase, l’intervento del Golden Power, lo Stato avrebbe dovuto adottare strategie che andassero ben oltre il semplice controllo dell’acquirente. E chiedersi se non fosse possibile salvare, ricapitalizzare, aggregare e far crescere in Italia le imprese che possiedono competenze decisive per la sicurezza nazionale.

Il rischio è indebitarsi per miliardi da spendere nel settore della difesa e, al tempo stesso, lasciare che le aziende che sviluppano tecnologie necessarie alla difesa finiscano sotto il controllo di capitali stranieri.

Una contraddizione difficile da spiegare ai cittadini e agli elettori.