Kenya. Pressioni Usa: prudenza per l’accordo commerciale con la Cina

di Giuseppe Gagliano

Il Kenya ha rallentato la firma di un’intesa commerciale con la Cina dopo pressioni statunitensi. Il testo dell’accordo, già pronto, è fermo al Ministero del Commercio di Nairobi in attesa del via libera del governo, del Parlamento e del presidente William Ruto. Il punto non è tecnico, è politico: Nairobi teme che una stretta formale con Pechino possa complicare la partita con Washington proprio nel momento più delicato.
Il nodo si chiama legge statunitense per la crescita e le opportunità commerciali in Africa, il programma che per venticinque anni ha garantito a molte esportazioni keniote l’ingresso negli Stati Uniti senza dazi. Il regime è scaduto il 30 settembre 2025 e il Congresso non ha ancora approvato un successore stabile. Nel frattempo l’impatto è immediato: le esportazioni keniote di abbigliamento verso gli Stati Uniti, valutate oltre 600 milioni di dollari l’anno, subiscono tariffe che arrivano fino al 28 per cento. L’associazione dei produttori avverte che l’incertezza può bruciare decine di migliaia di posti di lavoro, soprattutto nel tessile e nell’agricoltura.
Per Nairobi, quindi, l’intesa con Pechino non è un capriccio diplomatico ma un paracadute: eliminare i dazi su tè, caffè e avocado significherebbe trovare un mercato alternativo per prodotti chiave e ridurre la dipendenza da una porta americana che oggi rischia di richiudersi.
L’accordo con la Cina era stato spinto durante la visita di Ruto a Pechino nell’aprile 2025, anche con l’obiettivo dichiarato di ridurre il forte disavanzo commerciale di Nairobi con la Repubblica popolare. I colloqui successivi hanno lavorato soprattutto sugli standard sanitari agricoli, e nel frattempo sono stati firmati numerosi accordi collaterali in manifattura, agricoltura e turismo. In altre parole: Pechino costruisce un pacchetto complessivo, dove il commercio è la punta dell’iceberg e il resto sono investimenti, infrastrutture, filiere.
La cooperazione tra Kenya e Cina va oltre i dazi. A fine novembre 2025 è stato avviato un grande progetto autostradale da 1,5 miliardi di dollari, strategico per il corridoio che collega Mombasa a Nairobi e poi verso l’interno, fino agli Stati vicini senza sbocco al mare come l’Uganda. La novità è il modello: non il classico prestito sovrano, ma una formula mista tra debito e capitale privato, con partenariato pubblico-privato. Ruto lo dice senza giri di parole: finanziare tutto con il bilancio richiederebbe “una vita intera”, ma anche indebitarsi ulteriormente è diventato insostenibile per lo spazio fiscale limitato.
Qui si vede la trasformazione della presenza cinese in Africa: dopo la riduzione dei prestiti intorno al 2019 per timori sulla sostenibilità del debito, Pechino torna sulle grandi opere con strumenti più flessibili, che riducono il rischio politico del “debito cinese” ma mantengono intatta la leva dell’influenza.
Se la cornice commerciale con gli Stati Uniti resta incerta, il Kenya rischia una doppia pressione: perdita di competitività del tessile sul mercato americano e tensioni sociali legate all’occupazione. L’accordo con la Cina offrirebbe una valvola di sfogo per l’agroalimentare, ma non sostituisce automaticamente i volumi e il valore aggiunto del tessile verso gli Stati Uniti. Nairobi, quindi, prova a evitare la scelta secca: tenersi aperti entrambi i canali, rinviando la firma con Pechino per non compromettere i negoziati con Washington.
Questa non è solo una disputa commerciale. È una questione di sicurezza economica: chi controlla i corridoi logistici, gli standard, i mercati di sbocco e i capitali per le infrastrutture controlla pezzi di sovranità. L’autostrada che rafforza l’asse Mombasa-Nairobi-interno è un’infrastruttura critica, perché determina flussi regionali e posizione del Kenya come snodo dell’Africa orientale. E ogni snodo, in un mondo di competizione tra potenze, diventa una pedina.
Il dilemma del Kenya è il ritratto di un’Africa che non vuole più scegliere per appartenenza, ma per convenienza. Washington offre accesso preferenziale al proprio mercato, ma chiede allineamento politico e prudenza verso Pechino. La Cina offre investimenti e un mercato potenzialmente enorme, ma lega la cooperazione a infrastrutture e dipendenze di lungo periodo. Nairobi tenta un equilibrio, ma il tempo stringe: senza una soluzione stabile con gli Stati Uniti, il costo interno cresce; senza una gestione attenta dei rapporti con la Cina, il Paese rischia di diventare terreno di contesa e non attore. In mezzo, una verità semplice: per gli Stati medi, oggi, la politica estera passa prima dal commercio che dalle dichiarazioni.