di Giuseppe Gagliano –
Il presidente del Kenya William Ruto ha affermato che è “inaccettabile” tenere la città di confine di Mandera separata dai suoi legami familiari e commerciali con la Somalia. Si tratta di una ferita che in 15 anni è diventata strutturale. Quel confine chiuso non è solo una misura di sicurezza: è un dispositivo politico che ha isolato un’area keniota a maggioranza somala, trasformandola in periferia sospetta. Annunciare la riapertura ad aprile, proprio da Mandera, significa tentare un cambio di narrativa: dal confine come trincea al confine come mercato.
Il cuore dell’annuncio è la promessa di un “massiccio dispiegamento” di forze di sicurezza. Tradotto: Nairobi vuole i benefici del commercio transfrontaliero, ma senza pagare il prezzo politico di nuovi attentati. Il problema è che la frontiera kenyo-somala è sempre stata porosa e, per definizione, ingovernabile con la sola forza: armi leggere, contrabbando, economie informali e reti claniche sono parte del paesaggio. Ruto lo sa e infatti parla anche di traffici illeciti: non è un dettaglio, è l’ammissione che riaprire significa moltiplicare i flussi e quindi anche i rischi.
Non è la prima volta che si promette una riapertura. Nel 2023 si era parlato di riapertura graduale dei 700 chilometri di confine, poi congelata dopo attacchi sanguinosi con vittime civili e tra le forze dell’ordine. Nel 2024 un altro annuncio, mai concretizzato. Questo spiega la diffidenza: in quell’area basta una sola operazione di al Shabab per far saltare il tavolo e riportare tutto al punto di partenza. La differenza, oggi, è che l’annuncio arriva con un’impostazione più “amministrativa”: anni di valutazioni, due valichi specifici, promessa di copertura di sicurezza. Ma resta un fatto: l’organizzazione jihadista non ha bisogno di controllare il confine, le basta dimostrare che lo Stato non è in grado di garantirlo.
Riaprire il confine mentre il Kenya resta uno dei pilastri della missione africana in Somalia significa accettare una contraddizione: sei alleato di Mogadiscio contro al Shabab, ma in casa tua subisci gli effetti della guerra somala. In termini militari, la riapertura crea un “secondo fronte” interno: più passaggi legali richiedono intelligence, controlli, capacità di interdizione, cooperazione tra servizi e polizie. È qui che la mossa diventa rischiosa: se l’apparato non regge, la frontiera diventa un moltiplicatore operativo per i militanti, non un corridoio commerciale.
Sul piano economico, la riapertura ha un senso evidente: Mandera e le città di frontiera vivono di scambi, di micro-logistica, di servizi. Riattivare i valichi può ridare ossigeno a comunità che negli anni hanno pagato il doppio prezzo della chiusura: meno reddito e più militarizzazione. Però c’è l’altra faccia: quando i flussi aumentano, aumentano anche le rendite di controllo. Dogane, permessi, “tasse informali”, traffici mascherati da commercio: è il terreno classico in cui prosperano reti di corruzione e clanismo, e in cui al Shabab può infiltrarsi con facilità, usando il contrabbando come finanza e copertura.
Kenya e Somalia sono alleati “per necessità”, non per fiducia. Lo dimostra la storia recente: accuse reciproche di ingerenza, rottura diplomatica nel 2020, ripristino nel 2021. E soprattutto la ferita della frontiera marittima: la sentenza della Corte internazionale di giustizia nel 2021 ha dato ragione alla Somalia su una vasta area potenzialmente ricca di risorse ittiche e idrocarburi, e Nairobi l’ha respinta. Dentro questo quadro, riaprire il confine terrestre è anche un gesto politico: un modo per ricucire sul terreno ciò che resta conteso in mare. Ma è una ricucitura fragile, perché basta che uno dei due governi percepisca l’altro come troppo intrusivo, o troppo debole, per far tornare la logica della diffidenza.
C’è poi la dimensione domestica: Ruto respinge le accuse dell’opposizione di “incontri clandestini” con al Shabab. Non è solo polemica: in Kenya il tema terrorismo è un’arma perfetta per delegittimare un avversario, perché parla alla paura e alla memoria collettiva. E la memoria è pesantissima: l’attacco al centro commerciale di Nairobi nel 2013, la strage all’università di Garissa nel 2015, l’assalto del 2019, oltre agli episodi nella contea di Mandera. Ogni riapertura del confine sarà letta attraverso quel trauma nazionale. Per questo il governo ha alzato i toni contro l’ex vicepresidente Gachagua: trasformare l’accusa in un caso investigativo serve a spostare il dibattito da “è vero o falso” a “dimostralo davanti alle istituzioni”.
La riapertura del confine è una scommessa sulla normalità: far tornare legali e governabili flussi che esistono comunque, anche quando li neghi. È anche un messaggio: lo Stato vuole essere presente non solo con i fucili, ma con strade, servizi e commercio. Ma resta una verità semplice: al Shabab misura la forza di Nairobi non nelle dichiarazioni, bensì nella capacità di impedire che un singolo attacco faccia ripiombare tutto nel “mai più”. Se la sicurezza reggerà, Mandera diventerà un laboratorio di stabilizzazione. Se non reggerà, sarà l’ennesima prova che in quella regione la frontiera non separa due Paesi: separa due livelli di fragilità.












