Kenya. Tabaka: la solitudine che uccide i giovani

di Massimo Gabbani

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TABAKA (Kenya). A Tabaka, nel cuore della contea di Kisii County, si sta consumando una crisi silenziosa che colpisce soprattutto la fascia più giovane della popolazione. I casi registrati partono da età drammaticamente basse, dagli 11 anni in su, e si estendono agli adolescenti, ai giovani tra i 20 e i 25 anni e, in alcuni casi, anche oltre, coinvolgendo l’età adulta. Ma è tra i più giovani che il fenomeno assume i contorni più preoccupanti.
Presso il Tabaka Mission Hospital, punto di riferimento sanitario per un bacino di circa 700mila persone distribuite tra Migori, Homabay, Narok, Nyamira, Kisii e persino il nord della Tanzania, la situazione appare sempre più critica. Secondo i dati raccolti da Padre Fredrick Mukabana, si registrano in media tre casi a settimana tra suicidi e tentativi di suicidio.
Il fenomeno riflette una crisi profonda e stratificata, in cui la povertà gioca un ruolo centrale. Non si tratta solo di una mancanza economica, ma di una condizione esistenziale fatta di privazioni quotidiane: difficoltà ad accedere all’istruzione, impossibilità di sostenere i costi scolastici, carenza di cibo, mancanza di opportunità. In questo contesto, anche piccoli fallimenti possono assumere un peso enorme. Non riuscire a completare un percorso scolastico o deludere le aspettative familiari può trasformarsi in un senso di vergogna profondo, difficile da sostenere.
A questo si aggiungono contesti familiari fragili, segnati da separazioni, abbandoni e violenze domestiche o di genere. Molti giovani crescono senza figure di riferimento stabili, in ambienti dove il dialogo e il supporto emotivo sono assenti.
Accanto a queste difficoltà strutturali, si inserisce un elemento sempre più rilevante: la diffusione dei social media. Anche in aree rurali come questa, l’accesso agli smartphone è ormai diffuso. I social diventano una finestra su un mondo percepito come irraggiungibile, dove il confronto è costante e spesso impietoso. Si creano aspettative di vita, modelli di successo e standard che, in un contesto di povertà, risultano impossibili da realizzare. Questo divario alimenta frustrazione, senso di inadeguatezza e isolamento.
L’uso di alcol e droghe, in crescita anche tra i più giovani, rappresenta un ulteriore fattore di rischio, spesso legato al tentativo di evasione da una realtà percepita come senza via d’uscita.
Il risultato è una solitudine diffusa, profonda. Una condizione che non si esaurisce nell’atto, ma lo precede e lo alimenta. Molti giovani, privi di punti di riferimento e prospettive, arrivano a vedere nel gesto estremo l’unica possibilità.
A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione culturale. In alcune comunità, il suicidio è fortemente stigmatizzato. Chi si toglie la vita viene spesso sepolto lontano dalla propria casa, ai margini del villaggio. In contesti dove la tradizione vuole che i defunti riposino vicino alla famiglia, questa esclusione rappresenta una forma estrema di isolamento. Le sepolture possono avvenire di notte, in silenzio, a volte senza nome.
Si è soli nella vita, e si resta soli nella morte.
Di fronte a questa emergenza, il Tabaka Mission Hospital, insieme alla comunità dei padri camilliani, sta cercando di costruire una risposta concreta e strutturata. Il progetto si muove su più livelli.
Da un lato, l’ospedale punta a sensibilizzare profondamente la comunità locale, affinché diventi parte integrante del processo di aiuto. Famiglie, scuole e leader comunitari sono chiamati a riconoscere il problema e a farsi carico, insieme, del benessere dei più giovani.
Dall’altro, si intende rafforzare il lavoro dei counselor, aumentando la loro presenza e il loro coinvolgimento diretto. L’obiettivo è seguire e accompagnare in modo continuativo ragazzi fragili, ragazzi che hanno tentato il suicidio e ragazzi che vivono in situazioni familiari molto complesse, offrendo loro, e alle loro famiglie, supporto psicologico, umano e sociale.
Accanto a questo, emerge la proposta di creare forme di aggregazione per i giovani — una sorta di cooperativa — in cui poter lavorare la terra, apprendere competenze e costruire relazioni. Un modello pensato per offrire ai più grandi un’opportunità concreta di autonomia e reinserimento sociale, e ai più piccoli un percorso di recupero, crescita e appartenenza.
Non si tratta solo di offrire attività, ma di restituire dignità, identità e prospettiva. Dare ai giovani uno spazio in cui sentirsi visti, ascoltati e parte di qualcosa.
Per rendere possibile tutto questo, però, è necessario un sostegno concreto. Servono risorse economiche, ma anche idee, confronto e collaborazione con realtà che affrontano problematiche simili. Solo così sarà possibile ampliare gli interventi, rafforzare la presenza sul territorio e incidere in modo significativo su un’area tanto vasta quanto fragile.
Quella che emerge da Tabaka non è solo una crisi locale. È il riflesso di una fragilità globale che, in contesti vulnerabili, si manifesta con maggiore intensità.
E forse, in questa riflessione, è inevitabile interrogarsi anche sul nostro ruolo. La presenza occidentale in Africa — tra volontariato, cooperazione e interventi umanitari — porta con sé opportunità, ma anche contraddizioni. Modelli di vita, immagini, narrazioni che, se non comprese e contestualizzate, rischiano di creare aspettative irrealistiche, confronti difficili da sostenere, fratture culturali silenziose.
Non si tratta di mettere in discussione l’aiuto, ma di interrogarsi su come questo venga portato. Ascoltare, comprendere, rispettare i tempi e le identità locali diventa fondamentale.
Perché la vera sfida, oggi, non è solo aiutare.
È farlo senza creare nuove solitudini.