Kirghizistan. Zhaparov consolida il potere, mentre il Paese rinnega la stagione democratica

di Giuseppe Gagliano

Le elezioni parlamentari anticipate del 30 novembre hanno confermato ciò che molti analisti consideravano inevitabile: gli alleati del presidente hanno conquistato quasi tutti i seggi, lasciando all’opposizione una presenza simbolica. Non è un trionfo elettorale in senso classico, ma il risultato di un processo graduale che ha svuotato i partiti, delegittimato il dissenso e favorito una rete di candidati “indipendenti” ma fedeli al presidente. L’eccezione democratica dell’Asia centrale, per anni rappresentata dal Kirghizistan, appare oggi un ricordo lontano.
Zhaparov, salito al potere durante le proteste del 2020, ha costruito un sistema che combina elementi populisti, richiami identitari e un forte accentramento del potere. La retorica anti-élite e le promesse di ordine hanno trovato terreno fertile in una società segnata da anni di instabilità e disuguaglianze. Secondo Reuters, la repressione dell’opposizione, gli arresti preventivi e le restrizioni ai media indipendenti hanno ulteriormente spianato la strada alla vittoria. Il presidente si prepara così alla possibilità di un secondo mandato nel 2027, con istituzioni politiche ridotte a comparse.
Alcuni studiosi kirghisi sostengono che questa evoluzione non sia una deviazione, ma il ritorno a una preferenza radicata: un leader forte capace di “ristabilire la giustizia” senza mediazioni popolari. È una critica diretta ai tentativi di importare modelli parlamentari occidentali, ritenuti inefficaci e inadatti al contesto locale. In questo discorso trova legittimazione la concentrazione del potere nelle mani del presidente, mentre la promessa di democrazia liberale si dissolve nelle accuse di brogli, proteste e crisi ricorrenti.
La campagna elettorale è stata accompagnata da arresti, perquisizioni e intimidazioni contro oppositori e giornalisti, giustificati dalle autorità come misure antiterrorismo per prevenire “disordini di massa”. Gli alleati dell’ex presidente Atambayev sono stati tra i principali bersagli. Al tempo stesso, il governo ha intensificato le restrizioni sui media indipendenti, definendo “estremisti” alcuni giornalisti e imputando alle piattaforme straniere la diffusione di sentimenti destabilizzanti. È la costruzione di un ecosistema mediatico controllato, in cui la narrativa governativa diventa l’unica legittima.
Japarov rivendica un boom economico, visibile soprattutto nel settore edilizio di Bishkek. Tuttavia, l’inflazione persistente e la carenza di energia elettrica erodono gli standard di vita. Secondo diversi analisti, la crescita è alimentata in parte dal ruolo del Kirghizistan come canale di compensazione per gli scambi con la Russia, che utilizza il Paese per aggirare le sanzioni occidentali. Una posizione rischiosa: utile nel breve periodo, ma potenzialmente destabilizzante nel lungo termine, soprattutto dopo che Washington ed Europa hanno iniziato a colpire banche e società di criptovalute kirghise.
Il rafforzamento del legame con la Russia è un altro tassello della strategia di Zhaparov. Con un’unione doganale condivisa, una presenza militare russa sul territorio e centinaia di migliaia di lavoratori migranti kirghisi impiegati in Russia, il destino di Bishkek è intrecciato a quello di Mosca. La recente visita di Vladimir Putin, celebrata con cartelloni nelle strade della capitale, ha confermato un rapporto di dipendenza che il presidente kirghiso usa anche come garanzia interna di stabilità.
Per anni il Kirghizistan era stato considerato l’unico Paese dell’Asia centrale con un pluralismo politico reale, media relativamente liberi e una società civile attiva. Le rivoluzioni del 2005, 2010 e 2020 sembravano testimoniare un percorso che, pur caotico, mirava a un sistema più rappresentativo. L’era Zhaparov segna una svolta netta: la promessa di democrazia viene sostituita dalla promessa d’ordine, la competizione politica ridotta a formalità, il dissenso equiparato alla minaccia.
Il Parlamento uscito dalle urne non è solo una nuova assemblea: è la fotografia di un Paese che ha scelto, o ha lasciato che venisse scelto per lui, un modello di potere verticale, in cui la stabilità conta più della pluralità e la politica diventa un’estensione del presidente.