di Giuseppe Gagliano –
C’era una volta una tregua, fragile come un ramoscello secco, annunciata dal PKK il primo marzo. “Deponiamo le armi”, avevano promesso i ribelli curdi, rispondendo all’appello del loro leader storico, Abdullah Ocalan, che dal carcere di un’isola turca ha invocato pace e scioglimento del gruppo armato. Ma il lieto fine delle favole è lontano: meno di ventiquattr’ore dopo, nella notte tra il 1 e il 2 marzo, il Monte Lenke, nella provincia irachena di Duhok, è tornato a tremare sotto il fuoco. Scontri violenti, durati quasi un’ora, tra i militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan e le forze turche, preceduti da raid aerei di un elicottero di Ankara. Nessun civile ferito, per fortuna, ma un messaggio chiaro: la pace, qui, è un miraggio.
La Turchia non ha esitato. I suoi caccia e droni continuano a martellare le postazioni curde oltre il confine, incuranti della dichiarazione di cessate-il-fuoco unilaterale. Per Recep Tayyip Erdogan, che ha salutato il passo di Ocalan come “una nuova fase”, la priorità non è dialogare, ma fiaccare un nemico che dal 1984 insanguina il Paese con un’insurrezione costata oltre 40mila vite. Il PKK, bollato come terrorista da Ankara, Washington e Bruxelles, aveva condizionato la tregua alla liberazione del suo fondatore, un 75enne carismatico che dal 1999 sconta l’ergastolo. “Solo con lui possiamo disarmarci davvero”, hanno detto. Ma la Turchia non sembra voler raccogliere il guanto: prefersice colpire, controllare, e tenere il piede sul collo di un avversario che non si arrende.
Geopoliticamente il Nord Iraq è una polveriera che Ankara non può ignorare. Da anni le sue operazioni transfrontaliere, ufficialmente contro le basi del PKK, hanno creato una zona cuscinetto che sfida la sovranità di Baghdad. L’Iraq protesta, convoca ambasciatori, denuncia violazioni, ma non ha la forza di opporsi a un vicino militarmente superiore e deciso a imporre la propria agenda. Per la Turchia, questo è un gioco strategico: neutralizzare la minaccia curda significa blindare il confine sudorientale, impedire che i sogni di autonomia del Kurdistan si saldino tra Iraq, Siria e la stessa Turchia. Ogni raid è un tassello di una partita più grande, che guarda al controllo regionale e alla proiezione di potenza in un Medio Oriente sempre più frammentato.
Militarmente però la situazione è un vicolo cieco. I curdi, arroccati tra le montagne, sfruttano il terreno per una guerriglia che logora senza vincere. La Turchia risponde con la superiorità tecnologica, elicotteri, droni, artiglieria, ma non riesce a estirpare un nemico radicato come l’edera. L’ottavo scontro dall’appello di Ocalan dimostra che il cessate-il-fuoco è carta straccia finché le parti non si fidano. E la fiducia, qui, è merce rara. Erdogan potrebbe vedere nella tregua un’opportunità per dividere il PKK, magari offrendo clemenza a Ocalan in cambio di una resa totale, come suggerito dal suo alleato nazionalista Devlet Bahceli. Ma il rischio è alto: un negoziato mal gestito potrebbe rinvigorire i falchi curdi o alimentare le critiche interne.
Intanto i villaggi si svuotano, i profughi aumentano, e il rumore delle armi soffoca le speranze di chi vive tra due fuochi. Il lupo turco e l’agnello curdo si scrutano, pronti a mordersi, mentre Baghdad guarda impotente e il mondo tace. Questa non è una favola con una morale semplice: è una storia di potere, confini e sangue, dove ogni passo falso può incendiare ancora di più una regione che non conosce pace.
Dal punto di vista geopolitico gli scontri evidenziano il ruolo cruciale della Turchia come attore regionale che non tollera minacce alla sua integrità territoriale, reale o percepita. Il nord Iraq è un’area chiave per Ankara, non solo per contrastare il PKK, ma per contenere l’influenza curda in un arco che va dalla Siria all’Iran. Strategicamente, le operazioni turche mirano a creare una fascia di sicurezza, ma il costo è alto: tensioni con l’Iraq, accuse di imperialismo e un conflitto che si trascina senza soluzione. Per i curdi la resistenza armata resta una carta identitaria, ma la loro frammentazione interna e la dipendenza da appoggi esterni (come gli USA in Siria) ne limitano le prospettive. Sul piano militare, la superiorità turca è schiacciante, eppure la guerra asimmetrica del PKK dimostra che la tecnologia da sola non basta a vincere una lotta radicata in decenni di rancori. La tregua fallita è un segnale: senza un dialogo politico credibile, il fucile parlerà ancora.












