La corsa alle risorse e alle terre rare

di Giuseppe Gagliano

Nella logica liberale gli stati, concentrandosi su strategie “hub” o “network”, avrebbero tutto l’interesse a gestire le proprie risorse naturali basandosi sulle leggi del mercato e sulla fluidità generalizzata del commercio. Questa visione piuttosto ideologica sembra essere screditata oggi. La crisi del 2008 ha finito per minare la fiducia diffusa nei meccanismi di autoregolamentazione dei mercati. E tra le determinanti del potere occupano un posto sempre più preminente il possesso e lo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo e dei fondali marini.
In un mondo che sta per raggiungere i 9 miliardi di abitanti entro il 2050, la logica dell’autosufficienza o della minore dipendenza spinge le nazioni più che mai a competere per assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime. La competizione per il loro controllo, che non ha mai smesso di strutturare le relazioni internazionali, si è intensificata in modo particolarmente evidente negli ultimi anni.
Nel settore agricolo, le rivolte della fame avvenute nel 2008, a seguito del fortissimo aumento del prezzo delle materie prime agricole, hanno accelerato il movimento mondiale per riacquistare terreni coltivabili (land grabbing) da parte di investitori stranieri. Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Cina sono tra i principali acquirenti. I loro obiettivi sono Africa e America Latina, dove si trova il 90% della terra arabile non sfruttata. Questi appetiti generano tensione e sfiducia.
La questione degli idrocarburi è sempre al centro dei giochi di potere. Dopo aver sfruttato con successo le proprie riserve di gas di scisto, gli Stati Uniti sono tornati a essere autosufficienti. L’Arabia Saudita, un importante ex fornitore, ora teme un allentamento del legame che univa l’America e la proteggeva dall’Iran. Il suo comportamento febbrile nelle crisi irachena e siriana è in parte dovuto a questa nuova equazione politico-energetica. Un altro esempio di sviluppo significativo è il caso della Groenlandia, dove le riserve di petrolio sono ora stimate la metà di quelle dell’Arabia Saudita. In combinazione con il referendum sull’autonomia estesa del 2008 (75% sì), questa nuova prospettiva accelererà il movimento verso un’eventuale indipendenza. Intorno all’isola si stanno già moltiplicando le manovre di avvicinamento delle grandi potenze, il che aggiunge alla sua posizione strategica appetitose prospettive energetiche.
Un settore tra tutti appare particolarmente emblematico delle future tensioni intorno alle materie prime e cioè quello delle risorse minerarie. Dalla fine degli anni ’90 la crescita economica globale sostenuta, trainata dai paesi emergenti dalla crisi finanziaria del 2008, ha fatto lievitare il prezzo delle materie prime, in particolare quelle estrattive. La fine delle risorse facilmente accessibili ha forti implicazioni geopolitiche: innesca la corsa a nuove risorse fino ad ora protette dall’ostilità dei loro ambienti ecologici (poli, altura offshore, fitte foreste) o geopolitici.
Si riaffaccia allora lo spettro del nazionalismo delle risorse? Certamente. Oggi va oltre i casi ben documentati di Russia, Bolivia o Cina. L’informazione è passata inosservata, ma il Madagascar, a lungo terreno di sfruttamento passivo degli appetiti delle multinazionali estrattive, ha annunciato nel settembre 2014 la creazione di una società mineraria pubblica per sfruttare in piena sovranità le risorse del paese.
Facciamo un altro esempio. Boeing e United Technologies Corporation hanno deciso di fare scorta di titanio, una sostanza essenziale per l’aeronautica, poiché rappresenta dal 15 al 20% dei metalli utilizzati in un aereo moderno. Chi è il principale fornitore di titanio nel mondo? Il gruppo russo VSMPO. Le due società americane, la cui decisione è stata rivelata in agosto, temono possibili ritorsioni nel contesto della crisi ucraina? Ricordiamo che la legge statunitense in teoria vieta alle aziende che lavorano per il Dipartimento della Difesa di acquistare il loro titanio all’estero, ma che i due gruppi in questo caso producono sia per il settore civile che per i loro clienti militari. Il titanio è stato anche simbolicamente il materiale per la bandiera che la Russia aveva piantato nel 2007 a una profondità di 4.200 metri per affermare la propria sovranità sulla piattaforma continentale artic… Il gas è quindi lungi dal riassumere le leve che intende utilizzare Vladimir Putin nella partita attualmente in corso tra Washington, Bruxelles, Kiev e Mosca.
Inoltre l’Ucraina non è l’unico esempio geoeconomico interessante nel nuovo quadro della “guerra” sulle risorse minerarie, che sembra prendere una piega sempre più drammatica. Tra Cina e Giappone il ricatto dell’offerta viene regolarmente brandito nel contesto delle tensioni territoriali tra i due paesi del Mar Cinese. In quest’area il livello di interdipendenza economica tra le principali nazioni (Corea del Sud, Giappone, Repubblica popolare cinese, Taiwan) è sicuramente in aumento e un simile intreccio tenderebbe, sotto una certa angolazione, a ridurre i rischi di esplosione regionale. Ora, sebbene gli attori economici sembrino abbastanza maturi da superare gli approcci diffidenti che gli Stati mantengono la messa in comune delle questioni geoeconomiche non sembra sufficiente da sola a costruire la stabilità regionale.
Lo scontro sino-giapponese del 2010 intorno alle isole Senkaku, ripreso nel 2012 e nel 2013, ha quindi portato Pechino a limitare le sue esportazioni di terre rare in Giappone. Questo gruppo di 17 metalli, la cui produzione è dominata dalla Cina, è essenziale per la fabbricazione di prodotti ad alta tecnologia, uno dei punti di forza dell’economia giapponese. Tokyo si è trovata improvvisamente indebolita. E non è passato molto tempo prima che reagisse. Il 13 marzo 2012 il Giappone, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, ha presentato una denuncia all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), denunciando le restrizioni imposte dalla Cina all’esportazione delle sue terre rare. Pechino è stata condannata nel marzo 2014, senza tuttavia porre in essere mutamenti a livello politico.
Lungi dall’essere soddisfatti di queste procedure i giapponesi si affidano anche alla JOGMEC (Japan Oil, Gas and Metals National Corporation) di recente creazione. Con un finanziamento annuo di 15 miliardi di euro, questa entità agisce su tre fronti: supporta le società minerarie giapponesi all’estero (in particolare nei loro acquisti o nelle loro partecipazioni); funge da veicolo diplomatico per la conclusione di contratti a lungo termine da Stato a Stato e Infine, la JOGMEC si impegna a sostenere la ricerca nazionale nei settori energetico e minerario. Già nel 2012, il Ministero dell’Industria giapponese aveva annunciato che nuove partnership con Kazakistan e Australia gli consentivano di ridurre drasticamente la dipendenza nazionale dalle terre rare cinesi. Il settore privato sta trasmettendo questo sforzo nazionale: attraverso le sue controllate, la casa automobilistica Toyota è una delle società che investe di più nel settore minerario in Canada e Australia, ancora una volta per ridurre la dipendenza del Giappone dalle terre rare cinesi.
Di fronte alle questioni geoeconomiche dell’approvvigionamento di metalli e minerali e al ricatto dell’offerta che potrebbe complicare una crisi geopolitica, esistono quindi diverse opzioni per le nazioni.
La prima è affidarsi ai mercati. Tuttavia i mercati sono frammentati, opachi, con molte scorte nascoste, hanno una frequente assenza di informazioni affidabili e quantificate .Alcune società industriali occidentali utilizzano “coperture”, che sono garanzie di assicurazione finanziaria che una sostanza verrà acquistata a un prezzo fisso in un determinato periodo. Ma queste garanzie pesano poco di fronte alla difesa dei propri interessi da parte di Stati talvolta determinati a influenzare tutte le leve per vincere una resa dei conti regionale.
Insomma, piaccia o meno,Viviamo, e vivremo sempre di più, in un mondo complesso e multipolare in cui le risorse naturali rappresenteranno una posta in gioco importante nello sviluppo sostenibile .
La seconda opzione consiste nel tener conto delle necessità geopolitiche del controllo territoriale, scegliendo una strategia di diversificazione degli approvvigionamenti a lungo termine. Ma non tutte le potenze mostrano la stessa energia di quella dispiegata dal Giappone nel caso delle terre rare. L’Europa, in particolare, si trova in una posizione particolarmente critica. Da un lato la maggior parte della crescita della domanda mondiale di metalli e minerali è ora guidata dai nuovi paesi industrializzati (Cina, India, Brasile), tanto per soddisfare le esigenze del proprio sviluppo quanto per il trasferimento di una parte delle industrie pesanti e manifatturiere dall’Europa verso questi paesi. D’altra parte, più dell’80% delle risorse metalliche è prodotto in paesi al di fuori della zona europea: Nord e Sud America, Russia, Asia o Australia.
Tuttavia l’industria estrattiva non energetica fornisce settori come l’edilizia, la chimica, l’automotive, l’aerospaziale e persino la costruzione di macchine e attrezzature, che generano un valore aggiunto in Europa di circa 1.324 miliardi di dollari , per circa 30 milioni di posti di lavoro. Nonostante ciò i sostenitori di un nuovo patriottismo economico europeo come i francesi, ed in particolare gli esponenti dell’École du guerre economique, hanno difficoltà a convincere i loro interlocutori, a causa della diversità del tessuto industriale del Vecchio Continente.
La questione dell’approvvigionamento strategico di risorse differisce infatti a seconda del livello di integrazione di una società nell’economia globalizzata. Pertanto, le società francesi con una forte presenza internazionale hanno una valutazione radicalmente diversa dei rischi sulle forniture da parte di società con poca o nessuna presenza all’estero.
Tuttavia esiste un elemento condiviso dai gruppi globalizzati e dalle aziende nazionali: entrambi hanno in realtà una visibilità molto bassa lungo l’intera catena di fornitura. Dopo due decenni di inattività, nel Vecchio Continente stanno emergendo alcune iniziative positive, in direzione di una maggiore autonomia. Nel settembre 2014 più di 170 aziende si sono riunite per creare “Metallurgy Europe”, un complesso europeo per la ricerca e lo sviluppo nel campo dei metalli. Airbus, Thalès, Siemens, Thyssenkrup e persino BAE Systems fanno parte della tavola rotonda. La Commissione europea ha prodotto alcuni documenti politici come la Commodities Initiative del 2008. Dal punto di vista prospettico, l’European Rare Earth Competency Network (ERECON), incaricato dalla Commissione, è responsabile della definizione di una politica che garantisca l’accesso alle terre rare e ai metalli per l’intero continente.
Le tensioni future sulla disponibilità di determinati materiali sollevano infine la questione della sicurezza dell’approvvigionamento di risorse critiche, essenziali per settori industriali strategici (nucleare, difesa, aeronautica, elettronica, automobilistica). C’è una forte tensione su alcuni elementi e interi settori delle industrie nazionali sono minacciati. Tanto più che alcuni paesi a volte si trovano, a causa del loro potenziale naturale e della mancanza di investimenti dei loro partner, in una situazione di monopolio: se la Cina fornisce il 97% delle terre rare del mondo così come il 93% di magnesio e il 90% % di antimonio, Brasilia fornisce il 90% della domanda mondiale di niobio e gli Stati Uniti l’88% di quella di berillio.
Per fronteggiare questo rischio le maggiori potenze mondiali hanno già definito strategie specifiche per garantire la disponibilità delle risorse che considerano strategiche, indipendentemente dai rispettivi rapporti diplomatici con gli Stati che dominano la produzione di ciascuna sostanza.
Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina hanno messo in atto politiche per la gestione delle scorte, il controllo del flusso e la protezione delle aree di produzione. Gli investitori cinesi si sono interessati all’estrazione di terre rare in Grecia nel 2014. All’inizio di settembre del 2014 l’NBC ha rivelato che l’ente geologico del governo statunitense, e cioè la Geological Survey, ha effettuato nel 2006 un’indagine aerea del suolo afghano, che avrebbe consentito di mappare le risorse minerarie del Paese, di cui abbonda. I ricercatori americani stimano che ci siano 60 milioni di tonnellate di rame, 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 1,4 milioni di tonnellate di elementi delle terre rare (inclusi lantanio, cerio e neodimio), così come alluminio, oro, argento, zinco, mercurio e litio.
Ultimo esempio: sullo sfondo della crisi ucraina i russi stanno valutando la creazione di un cartello di terre rare con i cinesi. La Russia ha le maggiori riserve (stimate al 20% delle riserve conosciute) dietro la Cina. Inoltre, le potenziali aree di sfruttamento in Russia conterrebbero tutte le 17 terre rare, a differenza di molte altre riserve conosciute nel mondo. I russi hanno quindi tutte le ragioni per sfruttarli, visto il calo della produzione cinese, che costringerà Pechino a diventare importatore, ma anche la crisi con Stati Uniti e Ue, che spinge Mosca a giocare tutte le leve di ritorsione a sua disposizione.
A questi esempi principalmente presi nel campo delle risorse minerarie si devono aggiungere le tensioni sulle materie prime agricole e sugli idrocarburi. Il mondo sembra essere entrato in un periodo di guerra economica per le materie prime E proprio per questo diventa sempre più importante a porre in essere una griglia interpretativa adeguata a questa nuova realtà, una griglia di lettura che non può non porre l’enfasi sul concetto di intelligenza economica e di guerra economica.
La posta in gioco di questa guerra è talmente fondamentale che in termini di risorse ed energia nessuna azienda anche su scala globale ha i mezzi per agire da sola. Ed è per questo che gli Stati, che hanno sempre agito in direzione dei propri interessi nazionali, hanno ripreso il controllo dell’economia mondiale. Ancora una volta con buona pace di Von Mises e soprattutto di Rothabard.
Si sostiene che la complessa interdipendenza tra le grandi potenze impedirà ad attori come Pechino e Washington di abbandonare la competizione per le risorse per aprire un confronto militare. Ora, aldilà di questi scenari, resta il fatto che, dal punto di vista dei policy maker, gli aspetti geostrategici di questa tendenza generale al nazionalismo delle risorse non possono più essere ignorati.