La dottrina della “Patria Blu”: la Turchia pronta a una guerra nell’Egeo?

di Giuseppe Gagliano

La Turchia ha acquisito nell’ultimo decennio e implementato in diverse occasioni dal 2016 una piattaforma di capacità per la proiezione di forze oltre i suoi confini in un ampio spettro, che va dalla consulenza operativa e dall’aiuto militare alle operazioni combinate, multidominio e forse congiunte secondo i maggiori analisti internazionali.
La Turchia dispone indubbiamente di un potente strumento militare che le consente di condurre operazioni offensive su larga scala vicino alle sue basi. Nel caso in cui il Paese decidesse di avviare le ostilità con la Grecia, molto probabilmente sarebbe nel Mar Egeo, teatro prettamente bilaterale, a differenza del Mediterraneo orientale dove l’inizio di un conflitto armato provocherebbe subito fortissime reazioni da parte di molti attori, primi fra tutti loro gli Stati Uniti, leader della Nato, e la Russia, con la quale la Turchia non ha alcun interesse ad intraprendere ostilità, data la complicità siriana, i progetti infrastrutturali e i rapporti commerciali.
Infatti rientrerebbe in “contenzioso e controversie egee”, che verrebbero a far parte della più ampia questione del conflitto ellenico-turco. Semmail prenderebbe la forma di un’operazione condotta in reazione a “un’aggressione indicibile”. Limitato nel tempo a pochi giorni, due o tre settimane al massimo e nello spazio ad una ristretta “porzione di terra” (probabilmente ad alcuni isolotti desertici, al massimo una o due isole abitate, il cui status sarebbe poi negoziabile e consentirebbe di dimostrare buona volontà a un costo inferiore), questa offensiva avrebbe tanto più possibilità di successo in quanto si assiste, dalla metà degli anni 2000, ad un ritiro della Grecia nell’equilibrio delle forze in mare Egeo.
La difesa greca in uno scenario del genere dipenderebbe molto dalla sua capacità di creare e mantenere la supremazia locale, soprattutto aerea, durante le fasi critiche dell’operazione. L’acquisizione di S-400 (e forse di Su-35 e Su-57) e quello di Rafales (e forse di fregate di difesa e intervento) da parte della Grecia, mostrano che le analisi del personale dei due paesi sono d’accordo su questo punto.
In ogni caso Atene non potrà in nessun caso impedire alle forze armate turche di impossessarsi di una porzione del “Mare delle Isole” né di riconquistarlo.
Ma perché un tale conflitto dovrebbe nascere? A partire dalla metà degli anni Cinquanta, in reazione alle tensioni che si facevano sempre più acute a Cipro, la Turchia coscienziosamente instaurò una disputa egea, suscitando attriti per creare un teatro secondario, uno spazio di svago, un “caso nel caso”. Dall’invasione di Cipro, la Turchia ha continuato a intensificare i cavilli legali, ma pensiamo ad esempio anche alla militarizzazione di alcune isole greche.
Nel corso del tempo le pretese contingenti avanzate dalla Turchia nel Mar Egeo, sempre più revisioniste al riguardo, hanno finito per assumere la forma di una dottrina: “Mavi Vatan”, la Patria Blu, concetto nato dalla collaborazione degli ammiragli Yayci e Gürdeniz e adottato apertamente (ma non ufficialmente) da Ankara.
Che la Turchia si sogni come una “patria blu” è un suo diritto. Tuttavia le sue esigenze non possono essere soddisfatte con il rispetto della legge.
Purtroppo la concezione delle relazioni internazionali in vigore ad Ankara da dieci anni fa temere che questa sfumatura non sia sufficiente a dissuadere i sostenitori di questa dottrina dal darne l’avvio alla realizzazione concreta. Il governo cipriota ha anche dimostrato che è possibile risolvere unilateralmente controversie legali complesse, attraverso divisioni aeree e bombardamenti, senza subire gravi conseguenze.
Ma certamente una delle ragioni per cui potrebbe scoppiare un conflitto è legata a questioni interne. L’obiettivo è solitamente quello di restituire l’immagine di un potere in perdita di legittimità, come avvenne proprio nel tentativo di colpo di stato fomentato dalla giunta militare greca a Cipro nel 1974.
Il fatto che dal 1999 il Consiglio europeo sull’allargamento dell’Ue abbia concesso ai paesi candidati cinque anni per risolvere le loro controversie sui confini, in mancanza dei quali sarebbero stati tenuti a portarli davanti alla Corte internazionale di giustizia, e che la Turchia abbia sempre rifiutato non può essere trascurato come dato politico.
Anche se la Turchia è ritornata nel gennaio del 2021 al tavolo delle trattative con la Grecia, ormai nessuno crede più che queste controversie saranno risolvibili in termini giuridici. Oltretutto l’Europa sta sospendendo l’attuazione delle sanzioni che erano state previste contro la Turchia nel 2020, sanzioni fatte a causa delle sue continue provocazioni del Mar Egeo. Ankara però continua a sviluppare e diffondere le sue tesi irredentiste sempre più aggressive, ora sintetizzate nella dottrina della Patria Blu. L’ipotesi di un’azione non può più essere ignorata. Certo, se l’Unione Europea possedesse una forza armata autonoma e indipendente dalla Nato….
Proprio per questo riteniamo che sia tempo che l’Europa si affermi finalmente in questa vicenda. Perché queste isole, queste acque territoriali, questi spazi marittimi che la Turchia rivendica non sono quelli della sola Grecia: sono quelli dell’Unione Europea. Una grande opportunità per dare finalmente forma a una politica di difesa europea che non smette mai di essere ricercata. Dato che questo vuole essere “complementare e non competitivo” con la NATO, e poiché il Trattato Ue prevede all’articolo 42 paragrafo 7 una clausola di difesa collettiva, perché non viene posta in essere attuata come deterrente?
Non si può fare a meno di osservare, e lo diciamo provocatoriamente, come il Mar Egeo sembri essere visto dall’Unione Europea come un mare lontano, remoto come se fosse l’Oceano Pacifico, mentre invece la Turchia lo vede così vicino ai suoi interessi nazionali. Legittimi o meno che siano.