
di Daniela Binello –
La fame a Gaza ha colpito anche i pochi cooperanti delle Ong che erano ancora presenti a Deir al-Balah, come la maggior parte delle organizzazioni non governative. Israele aveva dichiarato la località zona umanitaria e quindi la città, situata nella zona centrale della Striscia, era stata relativamente risparmiata. Ma lo scorso 21 luglio Israele ha lanciato la prima operazione di terra a Deir al-Balah, che ospitava circa centomila abitanti, tra residenti e sfollati.
La decisione di entrare con i carri armati ha segnato una svolta. L’intelligence israeliana ritiene che Hamas vi detenga ostaggi. Così domenica 20 luglio Israele ha ordinato l’evacuazione immediata della città e lunedì 21 luglio sono arrivati i carri armati. I corrispondenti di Al Jazeera sul posto hanno raccontano che l’operazione di terra israeliana su Deir al-Balah è cominciata con l’ingresso dei carri armati nei quartieri residenziali di Abu al-Ajin e Hikr al-Jami, mentre massicci bombardamenti proseguivano già dalla sera prima.
L’operazione di terra ha costretto all’esodo circa centomila palestinesi, molti dei quali già sfollati in precedenza da Rafah, devastata dalle offensive israeliane, e da Khan Younis, il principale centro urbano nel sud della Striscia. Secondo il Times of Israel, l’obiettivo dell’operazione sarebbe quello di aprire un terzo corridoio militare nel cuore di Gaza, completando così il controllo israeliano dopo i corridoi di Netzarim nel nord e di Morag nel sud.
Le persone costrette a lasciare Deir al-Balah vengono indirizzate verso al-Mawasi, la zona costiera nel sud della Striscia che Israele aveva indicato come area umanitaria sicura, ma che da mesi versa in condizioni di sovraffollamento estremo. Al-Mawasi soffre di gravi carenze igieniche e di una cronica mancanza d’acqua potabile e cibo. Per migliaia di famiglie, questa evacuazione rappresenta l’ennesimo trauma, essendo già state costrette a spostarsi più volte dall’inizio della guerra. A denunciarlo è Oxfam, che documenta il peggioramento continuo delle condizioni di vita e carestia degli sfollati.
“Negli aiuti è saltato il principio di neutralità”, dice in un’intervista al Corriere della Sera Stefano Piziali, direttore generale della Fondazione Cesvi di Bergamo, una delle più importanti Ong italiane, con esperienza quarantennale nel campo delle emergenze umanitarie: “Non ho mai visto niente del genere. Parlo ogni giorno con il nostro personale a Gaza, sento sia i cooperanti palestinesi che gli internazionali. Ogni volta è peggio”.
Diego Regosa è il coordinatore del Cesvi in loco. E’ arrivato nella Striscia solo da qualche qualche settimana, quindi per il momento resiste, ma tutti gli altri sono ormai troppo deboli per lavorare a tempo pieno, perché non mangiano abbastanza. La macchina dei rifornimenti è andata in tilt da quando una fondazione privata (Gaza Humanitarian Foundation) ha sostituito l’organizzazione delle Nazioni Unite. “E’ un caso unico – commenta Piziali -. Una parte belligerante che pretende di dare assistenza all’altra. È venuto meno il principio della neutralità”.
Medici senza frontiere (Msf), ancora presente a Gaza City, denuncia che il 25 per cento dei bambini fra i sei mesi e i 5 anni è gravemente malnutrito, così come le donne che allattano e quelle incinte. La fame distrugge il corpo, sacrifica i tessuti muscolari, ma intacca anche le funzioni cerebrali. I bambini smettono persino di piangere.
Morire di fame e per disidratazione è una delle torture più disumane che possano esistere e, nel caso della popolazione di Gaza, questa tortura è stata inflitta deliberatamente. Uno dei più noti editorialisti di Haaretz, il giornalista israeliano Gideon Levy, vincitore di molti premi internazionali e autore di libri come “La punizione di Gaza”, riferisce che la guerra etnica contro Gaza è stata pianificata con lo scopo di rendere invivibile la vita nella Striscia e quindi spostare i gazawi che sopravviveranno in una città umanitaria, destinata a campo di transito, prima di deportarli nei deserti di Libia, Etiopia e Indonesia. Secondo canale 12, l’emittente televisiva israeliana, il generale David Barnea, a capo del Mossad, nelle scorse settimane si è recato a Washington per sollecitare l’intervento degli Stati Uniti nella ricerca di paesi disposti ad assorbire i palestinesi.
La malnutrizione nei bambini compromette in modo permanente la loro crescita fisica e mentale, provocando danni irreversibili alla loro salute, anche se qualcuno di loro potesse essere tratto in salvo da questo tipo di morte. Questo perché la malnutrizione provoca l’indebolimento del sistema immunitario e quindi l’insorgenza di svariate malattie, anche infettive, dovute alla carenza di nutrienti. La malnutrizione incide in negativo anche sulla capacità di lavorare degli adulti, impedendo alle persone di riuscire in qualche modo a procurarsi del cibo, qualora ce ne fossero le condizioni. Come sappiamo, inoltre, per cercare di ottenere qualche sacco di farina e scatola di fagioli i gazawi rischiano la vita, perché sulle file ammassate vicino alle recinzioni dei centri di distribuzione degli aiuti viene sistematicamente aperto il fuoco, colpendo a morte quasi un centinaio di palestinesi al giorno.
Forse anche noi in qualche eccezionale circostanza, magari durate un lungo viaggio senza soste, abbiamo provato i crampi della fame, associati a nausea e qualche giramento di testa. Malesseri momentanei che sono passati subito, fortunatamente per noi, ma non per i palestinesi di Gaza che, stremati dalla fame e dalla sete, vengono visti inevitabilmente accasciarsi per strada e morire. Da alcuni racconti pubblicati su vari organi di stampa si apprende che in molte famiglie di Gaza che ne posseggono uno si stanno macellando gli asinelli, povere bestie da fatica già ridotte a pelle e ossa. Gli asinelli vengono uccisi durante la notte, perché i bambini non se ne accorgano, essendo abituati alla presenza di questi animali domestici, con i quali spesso giocano. Ai bambini più piccoli viene detta una pietosa buglia, e cioé che l’animale è scappato. Con i poveri resti degli asinelli si cucina una specie di minestra, l’hassa el khubar, mettendoci dentro qualche foglia che si riesce a trovare sugli alberi, sporca di terra e tutto.
L’acqua del mare viene usata anche per bere, ma essendo notoriamente salata, oltre a danneggiare gravemente i reni, non è nemmeno priva di batteri e sostanze potenzialmente nocive. Quindi, per sopravvivere, si cerca fra i rifiuti per trovare qualche bene abbandonato, magari sotto le macerie, per poi poterlo barattare in cambio di qualcosa. In una situazione così disperata questi sono palliativi che servono solo a tirarla un po’ più in là, nella lotta per scampare alla morte.











