La fame cinese di metalli rari

di Giuseppe Gagliano

Anche se la Cina possiede una quantità rilevante di metalli rari, non c’è dubbio che fra gli scopi della Nuova Via della Seta vi sia anche quello di approvvigionarsi su questo fronte. Infatti la Cina è il principale consumatore di minerali del pianeta: il Dragone inghiotte quasi il 45% della produzione mondiale di metalli industriali, voracità questa che è analoga a quella delle materie prime agricole, del petrolio e del latte in polvere.
Per esempio, l’interesse della Cina nei confronti del Sudafrica, che fornisce l’83% di platino, di radio e di rutenio, del Burundi, del Madagascar e dell’Angola persegue anche questa finalità. Non a caso l’ex presidente angolano Edoardo Dos Santos ha fatto sì che le terre rare divenissero una priorità dello sviluppo minerario del paese proprio allo scopo di soddisfare le esigenze cinesi. La stessa costruzione avviata dalla Cina della ferrovia nella Repubblica Democratica del Congo è finalizzata a sfruttare al meglio le risorse minerarie della regione meridionale del Katanga, e la Rdc produce il 64% del cobalto.
La Cina persegue un obiettivo contiguo e parallelo rispetto al precedente e cioè quello di fare stagnare tutti i progetti alternativi ai suoi allo scopo poi di poterli acquistare a prezzi bassissimi. D’altronde una delle differenze a livello di pianificazione strategica relative ai metalli rari tra la Cina e l’occidente consiste proprio nel fatto che il Dragone ha una strategia a lungo termine, mentre l’Europa ha avuto e ha una strategia a breve termine.
Un’altra strategia perseguita da Pechino è quella di esercitare pressioni di carattere politico ed economico sui concorrenti come nel caso della miniera canadese Stans Energy del Kirghizistan, ma Pechino opera per acquisire le miniere concorrenti come nel caso del del gruppo cinese Chinalco con le miniere californiane di Mountain Pass, oppure quella di acquisire rilevanti quote azionarie come ha fatto il gruppo cinese Shenghe Resources con la miniera della Groenlandia conosciuta come Kvanefjeld, ricca di uranio e terre rare.
In definitiva l’obiettivo a lungo termine del Dragone è quello di avere una sorta di monopolio a livello globale dei metalli rari, egemonia questa che potrebbe essere realmente conseguiti se l’Europa non sarà in grado di dotarsi di una pianificazione strategica autonoma rispetto a quella cinese, ma soprattutto se le infrastrutture legate alle energie rinnovabili, come quelle eoliche, richiederanno sempre di più l’uso di terre rare. A tale proposito la Commissione europea è consapevole del fatto che la Cina produce il 61% di silicio, il 67% di germanio,l’84% di tungsteno. Scontata la conclusione alla quale è giunta la Commissione europea: la Cina rimane il paese più influente nel rifornimento mondiale in materie prime essenziali.
Non c’è dubbio che la Cina sia una delle poche nazioni che fino a questo momento sia stata in grado di porre in essere una strategia di approvvigionamento adeguato per quanto riguarda la cosiddetta rivoluzione verde. Contrariamente a quanto si crede Pechino rimane il primo produttore di energia verde ed equipaggiamenti fotovoltaici al mondo, la prima potenza idroelettrica ed è uno dei più grandi investitori nel settore dell’eolico, oltre ad essere il primo mercato mondiale per quanto riguarda le automobili alimentate con le nuove energie. Proprio per quanto riguarda le infrastrutture eoliche non dobbiamo dimenticare che la crescita di questo mercato implicherà un aumento notevole di acciaio, di alluminio e soprattutto di rame, dal momento che le pale eoliche necessitano di materie prime in quantità maggiore rispetto alle tecnologie precedenti.
D’altronde l’innovazione tecnologica di Pechino su questo fronte è tale che il Dragone è stato uno dei primi a costruire un avere e propria rete di città verdi ecocompatibili.